Mauro Montacchiesi

Trilogia

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“Caligola”

 

Prefazione

(A cura dell’autore)

 

Nil admirari prope res est una, Numici,

solaque, quae possit facere et servare beatum.

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Non meravigliarsi di niente:

questo è forse, Numicio,

il solo, unico principio

che possa rendere felici.

 

(Orazio-Epistulae-Epistolarium liber I-VI)

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Questa è la frase oraziana, maestra di vita e sempre attuale, che mi ripeto soprattutto quando guardo telegiornali di diverse reti o leggo giornali organici a diverse fazioni politiche, vale a dire quando questi media riportano, in tempo reale, versioni totalmente contrastanti relative al medesimo fatto.

Perché questa premessa? Perché intendo enfatizzare la “plasticità” dell’interpretazione, dolosa o meno, di determinati fenomeni. Se oggi abbiamo difficoltà a capire quale sia la verità relativa ad un fatto immediato, come possiamo presumere di essere depositari delle verità assolute relative a fatti avvenuti nel passato e, nello specifico di Caligola, avvenuti duemila anni fa? Oltre all’inesorabilità

ed alle aberrazioni figlie del tempo, dovremmo considerare gli schieramenti politici, filosofici, ecc.

Questo saggio storico intende assumere un valore iconoclasta e provocatorio rispetto agli stereotipi della storiografia tradizionale. Vuole assurgersi a cinico apologeta dell’Imperatore Caligola, enfatizzando quanto di buono egli ha fatto, le sue virtù, intessendo requisitorie contro i suoi principali accusatori, mettendo in risalto le figure di due Imperatori successivi che la moderna Storiografia continua a definire in maniera non oggettiva. Mi chiedo cosa si penserebbe di Caligola

(ma anche degli altri) se questo saggio fosse l’unico documento in possesso, ovvero se questo saggio fosse l’unica fonte storica dalla quale attingere e non ve ne fossero state altre in passato.

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Saggio storico

 

Caligola

( Una candida e pacifica colomba che un crudele destino ha scagliato in un covo di

velenosissimi crotali!)

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Caligola: Cajo Giulio Cesare Augusto Germanico.

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(12 d.c.)

Imperatore Romano (Anzio, 31 Agosto 12-Roma, 24 gennaio 41), rampollo diletto della Dinastia Giulio-Claudia. La località che vide i suoi natali non è documentata, ovvero è controversa: un accampamento militare paterno, Tivoli, Anzio, Ambiotino (nel territorio dei Treveri, una fortissima tribù della Gallia Belgica, stanziale nel nord-est della stessa Gallia, lungo le rive della Mosella, nell’area in cui fiorì la città di Treviri), …

Figlio di Gaio Giulio Cesare Germanico (Generale carismatico, estremamente amato dal Popolo Romano, Roma 15 a.c.-Antiochia/Siria 19 d.c.) e di Agrippina Maggiore (14 a.c.-33 d.c., Nobildonna Romana, figlia di Marco Vespasiano Agrippa e della sua terza moglie Giulia, figlia di Augusto). Adottato dallo zio Tiberio, su ordine di Augusto. Principale candidato alla successione. Il Puer Cajus visse in un accampamento militare in Germania e, ben presto, divenne il beniamino delle truppe. Vestì l’uniforme dei Legionari e da questi ricevette il soprannome di Caligula (piccola “caliga”= il sandalo militare dei Legionari). Già in adolescenza avrebbe però odiato l’appellativo. Il 10 ottobre del 19 ad Antiochia, all’età di 33 anni, il padre Germanico morì, verosimilmente oggetto di un avvelenamento. Il piccolo Cajus aveva appena sette anni. La nefanda congettura, ventilata da turpi maldicenti, che Caligola avesse architettato ed eseguito l’avvelenamento di Germanico, non trova tuttora probanti comparazioni con alcuna fonte e/o con alcun documento storici. Tornato a Roma, visse, per un periodo, con la madre Agrippina.

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(27 d.c.)

Nel 27 Tiberio esiliò Agrippina ad Ercolano. L’adolescente Caligola venne affidato a Livia,

che abitava sul Palatino, sua bisavola e moglie del defunto Augusto.

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(29 d.c.)

Nel 29, a seguito della morte di Livia, Caligola, affettuosamente e generosamente, ne celebrò pubblicamente l’elogio funebre. Andò quindi a vivere a casa di Antonia Minore, nonna da parte di Germanico, presso la quale conobbe, e con i quali strinse amicizia, tre giovani Principi, figli di Antonia Trifena e di Coti di Tracia: Polemone (a cui assegnerà i Regni del Ponto e del Bosforo), Rhoimetalkes (a cui assegnerà metà dell’antico Regno di Tracia) e Kotys III (a cui assegnerà l’Armenia Minore). Altresì divenne amico di Antonio Asiatico e di Lucio Vitellio, il cui figlio, Aulo Vitellio, sarebbe divenuto Imperatore nel 69.

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(31 d.c.)

Radicalizzato il potere imperiale a scapito del Senato, l’Imperatore Tiberio Claudio Nerone si trovò al cospetto di una sempre maggiore avversione da parte dell’Aristocrazia. A Roma si respirava un’aria di complotto e di tradimento e Tiberio, dopo la morte di Germanico, si ritirò definitivamente a Capri (26). Nel 31, convocò Caligola presso di sé. I rapporti tra Tiberio e Lucio Elio Seiano (Prefetto del Pretorio, nelle cui persona Tiberio aveva concentrato sommi poteri) degenerarono (Seiano aveva tentato di sostituirsi a Tiberio) e Cajo fu dapprima nominato Augure (Sacerdote, membro di uno dei quattro collegi sacerdotali ufficiali) e poi Pontifex (Membro di un collegio giuridico-sacerdotale presieduto da un Pontefice Massimo ed incaricato di attendere al culto pubblico). Contestualmente aveva indossato la toga e si era lasciato crescere la barba, ma senza nessuno degli allori che, in circostanze analoghe, erano stati attribuiti ai suoi fratelli. Alla corte di Tiberio si comportò umilmente ed inutilmente i perfidi tentarono di lasciarlo cadere nella proditoria e vile calunnia dell’Imperatore.

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(33 d.c.)

Nel 33 Caligola divenne questore (Magistrato incaricato di perseguire i reati di omicidio) e qui si chiuse il suo Cursus Honorum. Sposò Giunia Claudia, la quale però morì durante la gravidanza.

A Capri, divenne amico di Marco Giulio Agrippa, meglio conosciuto come Erode Agrippa I, Re di Giudea.

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(35 d.c.)

Tiberio, nonostante tutto, nominò suoi successori nel testamento (35) sia Caligola sia Tiberio Gemello (figlio di Druso Maggiore, fratello di Tiberio).

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(37 d.c.)

Dopo la morte di Tiberio (la fine del vecchio e crudele Imperatore-così lo definì il Senato-era stata accolta con tripudio da tutti), avvenuta il 16 marzo 37 nella sua villa di Capo Miseno (base navale della flotta romana), Macrone, Prefetto del Pretorio, prese il controllo della situazione e pianificò l’ascesa di Caligola, che venne acclamato Imperatore dai Pretoriani e dalle truppe di stanza a Capo Miseno. Il Senato invalidò il testamento di Tiberio, che lasciava la guida a Caligola e a Tiberio Gemello, sostenendo che, al momento della stesura, Tiberio fosse insano di mente e proclamò “Princeps” Caligola, il 18 marzo 37, con acclamazione ad “Imperator”! Caligola ascese al potere con l’appoggio di tutti: Senato, Esercito e Popolo. Le motivazioni di questa consacrazione furono diverse: la sua verde età (25 anni), il vecchio consenso popolare del glorioso padre, l’interminabile durata del totalitaristico Principato di Tiberio (23 anni), la fanciullezza vissuta negli accampamenti militari, il nefasto destino della sua famiglia, la parentela sia con Augusto sia con Marco Antonio e la sua sacra deferenza per i familiari. L’elezione di Caligola veniva ora contemplata come l’inizio di una nuova fase o, meglio, come la rinascita della Pax Augustea. Questa elezione rimarcava la vittoria del potentissimo partito di Germanico, che a tante vessazioni e soprusi era dovuto sottostare e che, infine, vedeva Imperatore il pargolo del glorioso, ma sventurato eroe, colui che per stirpe materna discendeva da Augusto. Il 28 marzo Caligola giunse nell’Urbe, acclamato dal popolo in tripudio e si presentò al cospetto del Senato. Il 28 e 29 marzo, il Senato conferì i più alti poteri a Caligola, il quale acquisì anche le cariche di Pontifex Maximus e di Pater Patriae, nonché il Consolato e la Tribunicia Potestas. Il novello Princeps venne magnificato dalla massa in delirio e dalla casta militare in ogni suo ordine e grado. Fu, addirittura, plaudito dai suoi avversari. Caligola seppe propagandare la propria immagine come mai nessun altro personaggio della storia antica.

La sua ascesa al potere fu accolta ed interpretata come la liberazione dalla dittatura di Tiberio. Estremamente benvoluto dai soldati del padre Germanico, impostò i primi atti di governo all’insegna di una positiva dialettica di grandi equilibrio e liberalità. I primi atti del nuovo Princeps furono di benevolenza e di indulgenza: di Tiberio, la cui immagine avrebbe dovuto aborrire (secondo alcune fonti popolari le morti di Germanico prima e di Agrippina poi, nonché le morti dei fratelli Giulio Cesare Nerone e Druso Cesare sono da ascrivere alle trame occulte di Tiberio), intessé, per contro, un laudativo panegirico post-mortem ed adottò Tiberio Gemello, nipote di Tiberio e figlio del di questi fratello Druso, conferendogli poi la nomina di Princeps Juventutis. Desiderò tuttavia, quasi condannando e rinnegando l’azione del defunto Principe, riaccendere i riflettori sulla propria famiglia, sublimando la memoria dei suoi defunti e dispensando in abbondanza onori ai vivi. Recatosi a Pandataria (odierna Ventotene) ed a Ponza, raccolse le ceneri della madre e del fratello, che rinchiuse in pregiati cinerari e che portò, via mare, ad Ostia e, quindi, lungo il Tevere, a Roma, dove vennero accolte dai più eminenti cittadini e poste in due arche, nel mausoleo, con grande adesione popolare. Sacrifici annuali vennero decretati in loro onore e, in memoria di Agrippina, vennero decretati giochi circensi, nel corso dei quali l’effigie di lei doveva venir portata con grande fastosità sopra un carro. Per onorare il padre, invece, al mese di settembre attribuì il nome di: Germanico. In virtù di un decreto senatorio, alla nonna Antonia, fece conferire tutti gli onori precedentemente conferiti alla madre di Tiberio e, di sua libera volontà, accolse lo zio Claudio nel Consolato. Inevitabili furono talune delle spese affrontate dal novello Principe: abbondò in donazioni, auspicò l’appoggio della massa e si rese famosissimo ed amatissimo in virtù di continue e cospicue elargizioni alla plebe (due volte 300 sesterzi ad ogni Romano indigente), ai Pretoriani, ai Regni vassalli di Roma. Al popolo, per parecchi giorni consecutivi, dall’alto della basilica Giulia, gettò monete di grande valore. Questa generosità non poteva che attirargli l’affetto e la devozione della gente comune e, dato che il popolo amava i giochi e gli spettacoli di cui Tiberio era stato tanto avaro, Caligola, a posteriori della sua elezione, ordinò che seguissero festeggiamenti per molto tempo. Le cerimonie liturgiche degli Egiziani, che dal defunto Imperatore erano state vietate, furono reintrodotte. Gli istrioni vennero riammessi. Ebbero luogo ludi gladiatori, alcuni nell’anfiteatro di Statilio Tauro, altri nel Campo Marzio e ai gladiatori si sommarono Africani, atleti selezionati provenienti dalla Campania. Spettacoli scenici ebbero luogo sia di giorno sia di notte, con l’urbe completamente illuminata e con copiose dispense di doni. Inoltre vi furono lunghissimi spettacoli nel Circo, con intervalli di giochi troiani e/o di cacce di fiere africane. Taluni di questi spettacoli permasero famosi a causa della polvere d’oro e del minio cosparsi sull’arena ed anche in virtù del fatto che, in seguito, i gladiatori vennero rimpiazzati dai Senatori tacciati del Crimen Lesae Majestatis! Per consentire che a tutti fosse data la possibilità di assistere agli spettacoli, furono rinviate le vertenze che cadevano nei giorni di festa e, quindi, i circhi e gli anfiteatri furono continuamente rigurgitanti di folle plaudenti. La felicità del popolo di Roma fu enorme dopo l’ingresso del nuovo Imperatore. Successivamente, partendo Caligola per le isole campane, voti per il suo ritorno furono fatti, come pur per manifestare la premura ed il coinvolgimento che il popolo nutriva per la sua salute. L’immenso amore che il popolo provava per l’Imperatore fu integrato da una sincera simpatia da parte degli stranieri. Il Re dei Parti, Artabano, che sempre aveva odiato Tiberio, desiderò e cercò l’amicizia di Cajo. Si procurò un convegno con il pro-console romano e, varcato il fiume Eufrate, omaggiò le aquile e le insegne di Roma, nonché le immagini dei Cesari. Caligola alleggerì i dazi, restituì prestigio alla Magistratura ed alle Assemblee.

Rimase fedele al testamento di Tiberio, benché fosse stato formalmente invalidato dal Senato e concesse a tutti quanto stabilito da Tiberio. Abrogò la tassa sulle compra-vendite. Nel primo anno di Principato abrogò il Crimen Lesae Majestatis, una legge particolarmente invisa ai Senatori. Ad Agrippa, ad Oriente, assegnò il Tetrarcato della Giudea Settentrionale, il titolo di Re e, forse, pure il Tetrarcato di Abilene. Ad Antioco IV Epifane, figlio di Antioco III-ex Re della Commagene (Siria), restituì i territori tolti al padre da Tiberio. Esautorò Mitridate, Re filo-romano dell’Armenia. Mitridate venne convocato a Roma e recluso, accusato di cospirazione. Per motivi di strategia politica, l’Imperatore Claudio gli avrebbe poi, molto più tardi, restituito il trono. Permeato da un fiammante desiderio di riportare la serenità tra il popolo romano e di incrementarne la simpatia e la stima, ovvero il proprio carisma, concesse un’amnistia generale ed ordinò di dare alle fiamme, pubblicamente, tutti i documenti e le lettere di coloro che avevano partecipato, in qualsiasi forma, alla rovina dei suoi familiari, come anche fece bruciare pubblicamente tutti gli atti dei processi a carico della madre e dei suoi fratelli, dopo aver solennemente e pubblicamente giurato di non aver preso visione dei nomi dei testimoni e dei delatori e ricusò un documento per mezzo del quale gli si palesava un complotto, asserendo di non desiderare di prestare credito alle delazioni. Bloccò ogni procedimento per Crimen Lesae Majestatis e concesse la grazia a tutti gli esiliati. Dando prova di grandi apertura mentale e liberalità, ordinò la nuova diffusione di tutti gli scritti censurati precedentemente dal Senato. Particolarmente, tornarono in auge le opere ed i documenti anti-imperiali di Tito Labieno(*1) del retore Cremuzio Cordo(*2) e dello storico Cassio Severo(*3).

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(*1) Tito Labieno, generale romano (99-45 a.c.). Tribuno della plebe, fu storico ed abile retore. Le sue opere furono arse nel 12 d.c., in quanto stigmatizzate e messe al bando dall’autorità imperiale di quel tempo. Con la morte di Mecenate ( 20 a.c.) lo scabroso dialogo tra potere e letteratura dipese direttamente da Augusto. Augusto avviò una fase di censure e di condanne. Tali censure e condanne raggiunsero il parossismo sotto Tiberio, successore di Augusto.

(*2) Cremuzio Cordio Aulo (fine I sec. A.c.-25 d.c.) fu inconfutabilmente uno dei principali storiografi della contestazione, nostalgica dell’antica Res Publica ed avversa al potere imperiale.

(*3) Cassio Severo, oratore latino dell’età augustea. La sua fama fu soprattutto dovuta ai Procacia Scripta, opere licenziose e, sovente, libellistiche nei confronti delle famiglie più illustri, che egli diffuse fino a quando venne esiliato prima a Creta e poi a Serifo (isola greca dell’Egeo), dove morì nell’indigenza più assoluta.

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Come già fece Augusto, Caligola pretese la pubblica divulgazione dei bilanci dello Stato. Ascrisse ai Magistrati una vasta ed indipendente facoltà di giudizio ed istituì una nuova decuria di Giudici.

La rivista dei Cavalieri, antica tradizione, fu reintrodotta. Il popolo, benevolmente ed amenamente, lo definì: stella, garzoncello, amore, pupilla degli occhi…

Insieme allo zio Claudio, Caligola divenne Console, il 1° luglio 37. Tuttavia rinunciò alla carica il 1° settembre. Adottò Tiberio Gemello, nipote di Tiberio. Il 30 ed il 31 agosto, giorno del suo compleanno, presenziò alla dedicazione del Tempio di Augusto. Per questi motivi gli vennero tributati infiniti onori, tra i quali uno scudo d’oro, che annualmente i Collegi Sacerdotali recavano in Campidoglio, con un codazzo di Senatori, fanciulli e fanciulle inneggianti lodi al Principe! Oltre a tutto ciò, il giorno in cui avvenne la sua elezione, venne denominato “Pariglia”, come se Roma fosse stata rifondata! Caligola, in autunno (circa sette mesi dopo la sua ascesa), cadde ammalato e si vociferò diffusamente la sua imminente morte. Il popolo passò molte ore, anche di notte, nei pressi del Palatino e molti furono i voti agli Dei per la sua guarigione. Caligola, in questo frangente, designò Drusilla, sua sorella, quale erede del Potere e di tutti i suoi beni. Il marito di Drusilla, Marco Emilio Lepido, fu nominato Consigliere di Caligola. Nel lasso di un paio di mesi, tuttavia, Caligola guarì. Tiberio Gemello, verso la fine del 37, sospettato di cospirazione ai danni di Caligola durante la sua malattia, si tolse la vita. Silano, suocero di Caligola, fu parimenti sospettato di cospirazione ed emulò Tiberio Gemello.

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(38 d.c.)

Agli albori del 38, Macrone, il Prefetto del Pretorio, pure lui supposto cospiratore, si suicidò.

Caligola restituì, formalmente, le antiche prerogative ai Comizi ed alle Magistrature, con l’effetto immediato che i Magistrati vennero eletti dal popolo. Generalmente, la politica giudiziaria di questo Imperatore può essere distinta in due fasi: la prima estremamente liberale, filo-popolare, nella quale cercò l’accordo con il Senato e la seconda, nella quale il Princeps fu costretto a tentare l’impossibile, per tutelarsi e per conservare il potere. Le relazioni con i Regni alleati dipesero molto dalla simpatia e dalla fiducia che ciascun singolo monarca riusciva a veicolargli. Restituì ad Antioco IV, nominandolo Re, la Commagene, regione confiscata da Tiberio e ridotta a provincia nel 18. Come già accennato, affidò regni anche ai tre giovani Principi Traci che aveva incontrato in gioventù, a casa della nonna Antonia. Aiutò Erode Agrippa, nella Palestina nord-occidentale. Caligola aveva importanti antenati che si erano guadagnati la gloria con imprese belliche. Nel 38 Erode Agrippa partì per raggiungere il suo regno. Caligola gli consigliò di passare per Alessandria, per controllare il comportamento di Flacco, Prefetto dell’Egitto, sospettato di essere stato un partigiano di Tiberio Gemello. Verso la fine del 38 Flacco, accusato dai Greci alessandrini Isidoro e Lampone, venne arrestato e condannato all’esilio, a Giaro. In questo anno morì la sorella-amante di Caligola: Drusilla. Caligola consacrò la sorella “Diva Drusilla”, la prima donna a Roma a ricevere questo onore. Molti storici moderni ritengono che Caligola aspirasse ad instaurare un tipo di monarchia ellenistica, dopo il matrimonio fratello-sorella di Tolomeo IX con Cleopatra IV di Egitto.

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(39 d.c.)

Il 1 gennaio del 39 Caligola ottenne, per la seconda volta, il Consolato. Fu suo collega Lucio Aprono Cesanio. Dopo trenta giorni Caligola rinunciò all’alta carica. Poco dopo, l’Imperatore pronunciò un discorso decisivo al Senato. Caligola denunciò il Senato e fu dolorosamente costretto a reintrodurre il reato di Crimen Lesae Majestatis. Nella sua orazione accusò i Senatori di ipocrisia, perché attribuivano a Tiberio molte colpe solo per compiacere Caligola stesso. Inoltre, affermò che molte delle persone che avevano perso la vita durante il Principato di Tiberio, erano state accusate, effettivamente, proprio da quegli stessi Senatori. Tiberio aveva semplicemente, e forse ingenuamente, prestato piena fiducia al Senato. Infine dichiarò che i Senatori erano particolarmente, faziosamente volubili, poiché dapprima avevano tributato immensi onori a Tiberio, poi, addirittura, a Seiano, mentre adesso tributavano onori a Caligola. Non erano allora questi onori subdolamente melliflui e non potevano occultare un odio viscerale? I Senatori, sempre con la stessa subdola mellifluità, con ipocrita ed abietta deferenza, accolsero immediatamente la richiesta di Caligola di reintrodurre il Reato di Lesa Maestà e decretarono cerimonie annuali per celebrare la “clementia” dell’Imperatore. In questo periodo Caligola fece costruire un grandioso ponte di barche sulla Baia di Napoli, da Baieae (Baia) a Puteoli (Pozzuoli). Nel mese di settembre Caligola esautorò i Consoli suffraganei, esecutivi dal 1° luglio. Fu dato mandato a nuovi Consoli: Aulo Didio Gallo, sovrintendente alle acque e l’oratore Gneo Domizio Afro. Il controllo della Legione residente nella nuova Provincia di Africa fu revocato al Governatore di nomina senatoria ed affidato ad un Legato Imperiale. Anche con l’obiettivo di migliorare la situazione economica, Caligola, similmente a molti altri Imperatori posteriori, avocò il patrimonio di molti Senatori, tacciandoli, a pieno titolo, di tramare ai danni della sua persona. Durante il suo Principato l’onere fiscale scemò cospicuamente. Vessò e mortificò tronfi personaggi appartenenti alla corrotta Aristocrazia, anche in questo caso avocandone i beni. Avversò tenacemente l’Aristocrazia stessa ed il Senato. Caligola non si stancò mai di mortificare l’ipocrita e grassa classe senatoria. Secondo una tradizione, dapprima orale, nominò Senatore “Incitatus”, così si chiamava il proprio cavallo, pur essendo palese che il suo decreto di nomina sanciva l’assoluta mancanza di stima nei confronti del Senato, che avrebbe potuto benissimo essere infoltito dalla sua BESTIA. Caligola continuava ad avere la simpatia e l’appoggio del popolo, pur con ulteriori elargizioni alla plebe e fastosi giochi circensi. L’Imperatore sterzò quindi repentinamente e cospicuamente in direzione delle tradizioni orientali, vale a dire in direzione di una struttura di principato assoluto, anticipando, in tal modo, il trend divenuto uso tra gli Imperatori Romani a partire dal II secolo della nostra era. Caligola si vide costretto, suo malgrado, ad eliminare diversi personaggi dei quali non si fidava più e che potevano, con il loro potere, carisma e/o denaro, eliminare lui stesso. Più che efferatezza, si può narrare di machiavellismo politico di questo giovane Imperatore, in mezzo ai “navigati” Senatori. Fu questa la fase storica in cui Caligola decise di riprendere il progetto iniziato dal padre Germanico: l’invasione della Britannia. Nell’autunno del 39 Caligola partì per Mevania, nei pressi di Clitumno, per avviare la campagna militare contro i Britanni ed i Germani. Cornelio Lentulo Getulico era Legato della Germania Superiore dal 29. Disponeva di 4 legioni. Lucio Aprono, suocero di Getulico e Legato della Germania Inferiore dal 24, disponeva di 4 legioni. Altre 2 legioni erano in via di formazione. Nell’insieme, Getulico aveva ai suoi ordini diretti o indiretti 10 legioni. Getulico, per mantenere il consenso dei soldati, aveva blandito la disciplina e fatto molte concessioni. Era diventato un pericolo per l’Imperatore. In più, i Legionari avevano subito considerevoli scossoni interni negli ultimi tempi. Il 27 ottobre del 39 arrivò nell’Urbe la notizia della sentenza di morte per Getulico. La sua condanna venne collegata alla cospirazione di Lepido. Lepido fu tacciato di complotto ed assassinato dal tribuno Destro. Caligola aveva fugato un’infida ed insidiosa cospirazione politico-militare, giusto quando si approntava ad un’iniziativa di grande rilevanza storica: la citata invasione della Britannia. Rimpiazzò Getulico con Servio Sulpicio Galba, nella Germania Superiore, e nominò Publio Gabinio Secondo, nella Germania Inferiore. Entrambi erano dei valorosi generali. Galba sarebbe diventato Imperatore. L’arrivo di Galba trasformò l’esercito e si diffuse il motto:”Disce miles militare. Galba est, non Gaetulicus” (Impara, oh soldato, a militare. Ora c’è Galba, non Getulico). Caligola giunse a Lione, la capitale della Gallia e vi restò finchè Galba non riportò l’ordine sulla frontiera renana. Stando alle fonti, Caligola, all’apogeo del suo Principato (come già accennato), avrebbe voluto essere proclamato Dio. Per i detrattori si tratta di insania, ma, per i più acuti osservatori e critici storici, si tratta di un astuto escamotage, volto ad accrescere il suo potere ed il suo carisma presso i popoli ellenistici, avvezzi da tempo a contemplare il loro sovrano come una divinità.

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(40 d.c.)

Ai primi di gennaio del 40, il Divo Caligola fu Console per la terza volta, nondimeno rinunciò alla carica il 12 gennaio. Quindi andò in visita a Magonza, dove era di stanza Galba, nell’epicentro delle operazioni militari. Le lusinghiere, se pur non fondamentali vittorie militari di Galba, permisero a Caligola di muoversi a nord, in direzione del Canale della Manica, verosimilmente a Gesoriacum (Boulogne). Era il cuore dell’inverno, ovvero il tempo meno conveniente per attraversare La Manica con un esercito. Era d’obbligo attendere la più mite e più adatta primavera. Narra sardonicamente Svetonio che, invece di comandare l’invasione dell’isola britannica, l’Imperatore comandò ai suoi Legionari di calarsi nelle trasparenti acque di un fiume a raccogliere conchiglie, ma, verosimilmente, escogitò un astuto stratagemma per tenere occupati i nervosi soldati. Il buon senso, di fatto, lo fece desistere da un’impresa bellica non congruamente allestita. Notizie non positive giunsero dal settore orientale. Seppur parzialmente sconfitti, i Germani restavano una minaccia. Sarebbe stata una vera follia indebolire il contingente legionario sul confine renano. Giocoforza si doveva attendere il tepore primaverile. Nel marzo del 40, Caligola optò per il rinvio

dell’invasione della Britannia. In questo anno Caligola convocò a Roma Tolomeo (Sovrano del Regno Indipendente di Mauretania, sotto il controllo di Roma) sospettato di una cospirazione. Il padre di Tolomeo, Giuba II, aveva militato molto tempo con Getulico e, verosimilmente, l’ultimo monarca di Mauretania era rimasto implicato nella cospirazione getulichiana. Tolomeo fu recluso e giustiziato. La Mauretania fu immediatamente inglobata dall’Impero Romano. Il 31 agosto, dopo aver represso una sedizione in terra di Mauretania, Caligola fece il suo ingresso in Roma, acclamato dal popolo per mezzo di un’ovazione. I Senatori, nondimeno, proseguirono nell’ordire a danno del Divo Caligola. Occorsero attentati. L’Imperatore, suo malgrado, dovette varcare la soglia della Curia scortato da un Corpo di Guardia e a rimanere seduto su di uno scranno, posto in alto e ben controllato. Pure il numero delle Coorti Pretorie fu rafforzato: da 9 a 12. Caligola affidò la propria incolumità ad un Corpo Speciale, formato esclusivamente da Germani. Il 40 si concluse con diverse esecuzioni di complottatori contro la persona di Caligola.

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(41 d.c.)

Il Divo Caligola morì assassinato in un’abietta e proditoria cospirazione di Pretoriani al comando di due Tribuni: il perfido Cassio Cherea ed il bieco Cornelio Sabino, il 24 gennaio del 41, dopo che, da poco, gli era stato rinnovato il Consolato. Il 17 gennaio del 41 ebbero inizio i ludi palatini, ovvero le feste augustali. Di fronte al palazzo imperiale fu approntato un teatro mobile. Gli spettatori erano diverse migliaia. Il sito molto angusto. Pressoché utopistico per i Germani, le guardie del corpo, controllare ed intervenire. Caligola arrivò in teatro, per assistere alla recita di un ditirambo (poesia lirica corale, in onore di Dionisio) da parte di alcuni giovani asiatici, quando questo era già stracolmo. Verso l’ora settima (l’una), secondo la sua abitudine, l’Imperatore si allontanò per fare un bagno ed un leggero pasto. Insieme a Caligola v’erano l’ambiguo zio Claudio, il cognato Marco Vinicio e l’amico Valerio Asiatico. I cospiratori ebbero successo nel far cambiare itinerario a Caligola, emarginandolo dalla scorta, che lo perse di vista. All’interno di un’angusta galleria, Caligola incontrò degli attori ed indugiò a conversare con questi. Quindi, improvvisamente, Cassio Cherea, Tribuno delle Coorti Pretorie, col pretesto di chiedergli la parola d’ordine, gli inferse alcune pugnalate tra il collo e la spalla. Caligola tentò di darsi alla fuga, ma Cornelio Sabino, altro Tribuno delle Coorti Pretorie, lo raggiunse e gli inferse altri colpi mortali, al petto. Gli unici ad avere una reazione furono i lettighieri. Al Princeps Caligola furono inferte non meno di trenta pugnalate. Cherea, non pago di aver ucciso Caligola, inviò lo squallido tribuno Lupo nel palazzo imperiale ad ammazzare l’inerme Cesonia, moglie dell’Imperatore, che venne trapassata da una spada. Quindi fu il sinistro turno della piccola, fragile, innocente, indifesa Drusilla, figlia di Caligola, che venne crudelmente, brutalmente sfracellata contro una parete. Perché? Quando morì, Cajo Giulio Cesare Augusto Germanico, aveva 29 anni. Il suo Impero era durato tre anni, dieci mesi ed otto giorni. La salma di Caligola venne clandestinamente traslata nei Giardini Lamiani, sull’Esquilino, bruciata parzialmente su un fuoco rapidamente allestito e, quindi, tumulata sotto una manciata di umile terra. Fu Erode Agrippa, Fidus Achates di Caligola oltre la morte, che si adoperò per le effimere esequie. Roma rivisse il dramma delle Idi di Marzo, allorché venne proditoriamente trucidato il Divo Giulio Cesare “Il figlio più nobile di Roma”! I Consoli convocarono una seduta straordinaria del Senato che promulgò rapidamente un decreto in cui si attribuiva a Caligola un’infinita sequela di crimini da altri perpetrati, non ultimo dagli stessi Senatori. Nel frattempo il popolo, intimamente e sinceramente costernato per la morte dell’Imperatore, si assembrò nel Foro e chiese la pubblicazione dei nomi degli assassini. I Pretoriani si riunirono e stabilirono di eleggere Imperatore Claudio, lo zio di Caligola. Alcune fonti narrano, tuttavia, che nel momento in cui Caligola veniva trucidato, Claudio stava defilato dietro una tenda ad osservare. Alla seduta del Senato del giorno successivo, un centinaio di Senatori iniziò a dibattere su chi dovesse succedere a Caligola. Erode Agrippa informò Claudio circa la divisione e la debolezza del Senato. Tutte le truppe presenti in Roma si unirono ai Pretoriani. Il popolo circondò il Senato invocando Claudio Imperatore. I Senatori capirono di aver perso la partita e, per salvarsi, trovarono subito due capri espiatori, ovvero stabilirono di condannare Cassio Cherea, il quale si suicidò, e Lupo. Cornelio Sabino si suicidò poco dopo. In 24 ore il colpo di stato del Senato era abortito.

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Approfondimenti

 

“Oderint dum metuant” “Lasciate che mi odino, purché mi temano”!

Questa frase basterebbe già da sola per enfatizzare l’immane detrazione perpetrata per secoli ai danni del Divo Principe Caligola. Perché? Beh, intanto perché la traduzione è “aggiustata”, ovvero

quella esatta sarebbe, anzi è “Odino, purché temano”. Come si può facilmente evincere, la differenza è sostanziale. Nella traduzione “Odino, purché temano” il complemento oggetto, omesso,

è astratto e generico, ergo, non fa riferimento a nessuno, tuttavia la traduzione è esatta, ovvero letterale. Nella traduzione “Mi odino, purché mi temano”, il complemento oggetto è evidente e strettamente collegato all’oratore, ergo non è esatta, poiché aggiunge, arbitrariamente, il complemento oggetto. Perché questa puntualizzazione? Perché questa frase, misusata (*) (*Mis-

=prefisso greco che indica un comportamento negativo, o simili) e misinterpretata, viene strumentalmente ed esclusivamente attribuita a Caligola, laddove veniva spesso usata, tra i tanti, dal suo predecessore Tiberio, inoltre, la frase fu coniata, secondo alcune fonti storiche, dal drammaturgo latino, il Pesarese Lucio Accio, nell’opera “Atreo”, più di un secolo prima della nascita di Caligola. Cosa vuol dire? Semplice! Che Caligola, ammesso che l’abbia usata, è semplicemente stato emulo di diversi personaggi prima e dopo di lui che la Storia non ha, per questo, né demonizzato né condannato! (Rammento che la frase gli è stata attribuita dal postero, ovvero dal “Ruffiano di Corte”, Svetonio, vero saltimbanco al soldo dei Principi del momento).

I Dotti Linguisti ben sanno quanto poco basta a stravolgere una frase, soprattutto quando si tratta di traduzioni e, soprattutto, se le traduzioni riguardano procedimenti da più lingue.

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Caligola, ovvero la drammatica storia di un adolescente (oggi si parlerebbe di Telefono Azzurro, Assistente Sociale, Supporto Psicologico, ecc…), che il destino designa al Principato e che lo stesso destino obbliga ad assistere all’annichilamento, efferato e cruento, della propria famiglia, ad un’esistenza angosciosamente itinerante tra le crudeltà dei campi di battaglia, la casa della madre Agrippina, la casa della bisavola Livia Drusilla, la casa della nonna Antonia Minor, la reggia del tirannico Tiberio il quale, spostata la propria reggia a Capri, ha delegato pieni poteri a Seiano, carnefice della madre e dei fratelli di questo giovine Caligola. Nella splendida isola campana, per oltre un lustro, attentamente osservato dal crudele Tiberio, voglioso di designare alla successione il proprio nipote diretto Tiberio Gemello, Caligola si arrocca in una tattica difensivistica, al fine di non essere sopraffatto. Caligola usa il rispetto ed il buon viso nei confronti della guida imperiale. Approfondisce le proprie conoscenze dello Scetticismo e crea connubi politici (Erode Agrippa, Macrone, Silano, …), in un’ètra, dal punto di vista ambientalistico-paesaggistico, sicuramente eccelsa, ma, nondimeno, in un entourage permeato di complotti e di melliflue lusinghe, là, dove ogni singolo motto può trasformarsi in capo di accusa, ovvero di condanna a morte. I racconti relativi a Caligola derivano da antichi Storici che furono così prevenuti nei suoi confronti, al punto che il mosaico della verità è, tuttora, pressoché utopistico da ricomporre! Alcune delle fonti: Fonti Ebraiche (Filone e Flavio), Fonti Latine (Velleio Patercolo, Seneca, Valerio Massimo, Plinio Il Vecchio, Tacito, Svetonio, Plinio Il Giovane, Giovenale,…), Fonti Greche (Dione Crisostomo, Plutarco, Dione Cassio,…). Tuttavia queste fonti sono spesso discordanti e contraddittorie, per cui è facile addivenire ad una diversa, seppur personale, interpretazione della Storia Romana e, soprattutto, della Dinastia Giulio-Claudia, in particolare, appunto, di Caligola, ovvero di un Imperatore che il Popolo diligeva, ma che il Senato esecrava al punto che, alla fine, fece ignobilmente e proditoriamente trucidare. Caligola, ovvero un intelletto superiore che agitò la massa e che gestì le briglie di un Impero sconfinato e complicato a causa della sua disomogeneità etnico-culturale e religiosa. Caligola fu un Imperatore che ammantò la sua immagine di un alone mistico. Caligola fu un Princeps pregno di glamour, un ingegno magno della politica e del diritto. Già prima della sua acclamazione ad Imperatore, scampò ad un attentato ordito dal luogotenente di Tiberio, Elio Seiano, il quale intendeva così subentrargli alla successione al trono. La sua insania-moria può essere assolutamente annullata, perché edificata, faziosamente, dagli interessi giudaici oggetto di vessazione, oppure dal camaleontismo politico di Seneca o, ancora, dagli ambigui Senatori, avendo, questi ultimi, perso il ruolo di ceto dominante. Più tardi ancora, dopo l’estinzione della Domus Giulio-Claudia, anche le successive dinastie imperiali, al fine di auto-celebrarsi, enfatizzarono, falsamente e subdolamente, l’insania-moria di Caligola. Le notizie sulla sua “presunta” pazzia sono tutte provenienti da fonti senatorie a lui ostili. L’ambiguità delle fonti fa comunque di Caligola il meno, oggettivamente, conosciuto di tutti gli Imperatori della dinastia. Il problema delle fonti, nel caso di Caligola, è una questione molto complessa. “Le vite dei Cesari”, di Svetonio, sono lo scritto principale da cui è possibile trarre informazioni sul suo regno. Tuttavia, così come gli altri documenti a noi tramandati (ad esempio gli scritti di Dione Cocceiano), gli scritti di Svetonio tendono a focalizzare l’attenzione su aneddoti, piuttosto che su reali azioni, riguardanti la “presunta” crudeltà e la “supposta” instabilità mentale di Caligola, tanto che alcuni storici moderni hanno espresso dubbi sull’attendibilità di questi resoconti. Si trattava di un personaggio molto popolare tra la gente romana, ma politicamente avverso alla classe sociale ed al ceto dal quale provenivano gli storiografi. Purtroppo non è giunta a noi la parte su Caligola degli “Annales” di Tacito, lo storico del periodo generalmente ritenuto più rigoroso. Questa parte degli “Annales” è andata perduta. C’è stato del dolo o è stato un caso? L’analisi della follia, giusta le conoscenze scientifiche del tempo, evidenzia che Caligola non pronunciava frasi prive di significato né si lasciava andare a comportamenti singolari, anzi, era particolarmente “dialettico” e “coerente” in ciascuna delle sue esternazioni. Altresì era particolarmente sagace ed astuto da approntare pianificazioni operative e breve e a lungo termine, tipo la NEOTEROPOIIA(*) e l’EKTHEOSIS(*), peculiari di un intelletto eccelso, grande e liberale. Invero, non soltanto non è alienato o eteroclito nei suoi modi di fare, bensì è spesso e contraddittoriamente identificato, dal Panthéon storiografico dell’epoca, financo dagli avversari, come un ingegno superno. Molti documenti informativi di quel periodo sono unisoni nell’enfatizzare la sagacia mentale, la magnificenza del suo operato, la soggettiva ars inveniendi e la dirompente energia della sua ars disserendi, particolarmente nel genus iudiciale, al punto di poterlo definire “perfetto”, giusta i canoni ciceroniani dell’”orator”, poiché “piano nel provare, temperato nel dilettare e veemente nel persuadere”. Sulla scorta dell’ingenium, ecumenicamente consacrato, si è evinto il suo studio sistematico del “sublime”, peculiare di un adolescente strutturato giusta “anomalia” (Peri Ypsos) ed indirizzato verso l’”adrepebolon” (sublime ingegno), suaso di essere in grado di produrre una palingenesi globale, con l’ausilio di inusitati schemi politici: NEOTEROPOIIA(*), in quanto applicazione di una riformatrice struttura politica ed EKTHEOSIS(*), in quanto inusitata formula della divinità imperiale. Si tratta delle morfologie più importanti del suo principato, che obliterano completamente gli schemi ambigui di Res Publica e di Principatus, solo verbalmente in simbiosi, ma, in effetti, già annullati.

E’nel periodo iniziale del principato, storicamente riconosciuto come il più florido di tutte le epoche (bios kronicos/vita saturnia) ed in quello immediatamente a posteriori della sua infermità, proprio allorché gli Storici iniziano a fare riferimenti ad un “Caligola ut monstrum”, ergo, non più Princeps, che si evince il fasto intellettuale del progetto compendiato nella NEOTEROPOIIA(*),

malgrado il terebrante merore causato dalla prematura dipartita della sorella Drusilla, malgrado le cospirazioni dei Consoli, di Getulico, dell’ingrato cognato Lepido, delle altre sorelle (invidiose e gelose di Drusilla). La NEOTEROPOIIA, ovvero questa sua politica riformatrice ed eversiva del vecchio sistema, sarà un semplice e dovuto, intelligente escamotage per gestire il potere in Roma e nel mondo, ovvero laddove era stata deficitaria l’impronta autorevole di un Imperatore che, come Tiberio, in luogo di governare, aveva delegato le sorti dell’Impero a Seiano prima e a Macrone poi, esautorando, di fatto, Senato ed Equites.

(*) NEOTEROPOIIA, ovvero politica riformatrice ed eversiva degli antichi stereotipi, il suo desiderio di porsi alla guida diretta dell’Impero, non come Tiberio che aveva deputato Seiano prima e Macrone poi. Corrobora e perfeziona il precedente, fragile ed approssimativo sistema burocratico di Tiberio: allestisce ministeri, la cui gestione delega a forze nuove e fresche, di umile provenienza. Indebolisce il potere dei “grassi” Senatori, ovvero di quei Senatori che sempre avevano ordito a scapito degli Imperatori e che tanto denaro pubblico avevano dilapidato nelle varie province dell’Impero. Caligola fu fautore di banchetti faraonici, al fine di accattivarsi l’appoggio di molti potenti. Realizzò opere imponenti.

(*) EKTHEOSIS, ovvero l’autocomparazione con Zeus. Forte e perspicace, Caligola trasformò l’assunto di EKTHEOSIS, nella dinamo della sua immagine. Fu sua intenzione collocare la propria statua all’interno del Tempio di Gerusalemme, pur nella consapevolezza delle frizioni che ciò

avrebbe creato con la cultura giudaica. Soltanto il Maestro Erode Agrippa lo fece abdicare dal progetto. Ormai il suo potere era sconfinato e ciò sarebbe divenuta la causa del suo scellerato assassinio. Nel periodo della malattia, Caligola ebbe modo di verificare la falsità e la corruzione della sua corte, la quale, credendolo più malleabile, iniziò ad accostarsi a Tiberio Gemello e a vagheggiarlo quale immediato successore. Caligola quindi, quasi imitando in questo il suo predecessore Tiberio, palesò la sua intenzione di trasferire la capitale ad Alessandria d’Egitto, ma fu trucidato il giorno prima del suo traferimento. Furono soprattutto i Giudei Ellenisti (commercianti) a definirlo “pazzo”, poiché la politica di Caligola nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, avrebbe inficiato non poco i loro interessi a vantaggio di Roma. La tradizione narra che, per molto tempo, lo spirito di Caligola rimase a vagare inquieto sull’Esquilino, dove era stato frettolosamente sepolto dall’amico Erode Agrippa, nipote di Erode il Grande. L’”impostazione sublime” di Caligola, al di là dei riverberi sulla società immediatamente posteriore e sulla struttura politica dell’Impero, implica, nel 16° secolo, un’ermeneutica erasmiana di Insania Moria, un empirismo lirico e, successivamente, il revisionismo di Burke e di Kant, la cultura idealistica, l’intuizionismo decadente di Bergson, fino al Super-Uomo di Nietzsche.

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Seneca

 

Seneca, ovvero un uomo la cui esistenza è stata una continua ed assurda contraddizione nei confronti dei propri ideali filosofici:

 

“Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt!”

“Abbiamo negli occhi i vizi degli altri, i nostri ci stanno dietro!”

(Seneca)

 

Potrebbe già bastare questo aforisma, attribuito proprio a Seneca, a compendiare la paradossale esistenza del Filosofo Stoico, sempre pronto ad assurgersi a Pubblico Ministero nei confronti dei personaggi a lui scomodi ed altrettanto pronto all’auto-clemenza. Il postulato senecano ricalca quello parafrasato da Fedro, in una favola, per mezzo del quale il poeta tracio ci narra in che modo Giove ci assegnò due bisacce (Peras imposuit Iuppiter nobis duas). Una, posta sul petto e ben visibile, contenente i vizi degli altri e l’altra, sulla schiena e ben celata, contenente i nostri. Il Vangelo dice, più o meno, la stessa cosa: “Cernere festucam mos est in fratris ocellos, in propriis oculis non videt ipse trabem!” (Lc 6,41) “Vediamo la pagliuzza che è negli occhi di nostro fratello, ma non vediamo la trave che è nei nostri!”

Nel “De beneficiis”, Seneca sviluppò il principio di una società fondata su una “Monarchia Illuminata”. (Ma illuminata da chi? Da “Seneca pro domo sua?”). La tradizione storica riporta che Seneca abbia scritto il “De beneficiis” a posteriori della presa di coscienza del fallimento nell’”educazione morale” di Nerone. Forse Seneca non si era reso conto, fagocitato dai suoi stessi deliri di onnipotenza, che Nerone, nel frattempo, era cresciuto, ovvero che era diventato un uomo,

con una personalità propria, stanco delle figure soverchianti di Agrippina e dello stesso Seneca.

Seneca, in quanto Stoico, ben conosceva questa Filosofia e, in particolare, i suoi postulati fondamentali e, tra questi:

*(01) Il Mondo, in quanto strutturato e governato dal fuoco-logos, sarà ciclicamente soggetto

all’annichilamento per conflagrazione e, quindi, si ristrutturerà ogni volta simile, in eterno.

*(02) Il Cosmo è assimilabile ad un immenso organismo biologico, in cui ciascuna parte ha un

ruolo solidale.

*(03) Il Logos (Ragione), poiché immanente alle cose, governa ogni avvenimento, al punto che da

un lato ogni cosa è razionale, dall’altro ogni cosa è rigorosamente determinata.

*(04) Il Logos medesimo si identifica come un principio divino e di conseguenza determina

un’inconfutabile concezione panteistica.

*(05) Rivalutazione della legge positiva dello Stato, in quanto diretta espressione del Logos-

  1.  

Seneca, auspicando una società fondata su una “Monarchia Illuminata”, si auto-candita a “Faro” di questa “Monarchia Illuminata”…

 

“…et eritis sicut Dii, scientes bonum et malum. » Genesi III, 1-5 (Serpens) « …e sarete come Dei, scienti del bene e del male.”

 

…e questa sua auto-canditatura sembra essere in netto contrasto con i prefati punti:

*03) laddove è il Logos, immanente alle cose, a governare ogni avvenimento, ovvero a

determinarlo rigorosamente;

*04) il Logos medesimo si identifica come un principio divino;

*05) …legge positiva dello Stato, in quanto diretta espressione del Logos-Principio.

Seneca, a questo punto, sembra peccare di presunzione, in quanto vuole sostituirsi al Logos ed alla sua stessa legge, mentre tutti gli altri la devono accettare “stoicamente”!

In una delle “Epistulae ad Lucilium-107, 11, 5”, Seneca asserisce:

“Ducunt volentem fata, nolentem trahunt!” “Il Fato conduce chi da lui si lascia guidare, trascina chi gli si oppone!”

Appare evidente che, volendo Seneca ergersi a “Faro” della “Monarchia Illuminata”, egli non abbia alcuna intenzione di lasciarsi condurre, bensì voglia, contraddittoriamente, condurre!

  1. Claudio, Nerone e tanti altri, avrebbero dovuto sottomettersi con stoica rassegnazione alla legge del Logos (o meglio a quella di Seneca stesso), ma lui no. Tuttavia, alla fine, anche lui è rimasto centripetato e fagocitato dall’inesorabile legge del Logos.

Auspicio di questo saggio breve è quello di enfatizzare alcune delle tante contraddizioni umane e filosofiche del dialettico Seneca.

*

Seneca

 

Lucia Anneo Seneca (5 a.c.-65 d.c.), figlio di Seneca Il Vecchio.

Lucius Anneus Seneca, o Seneca Il Giovane, filosofo, politico e drammaturgo Romano, nacque a Cordova (Spagna), capitale della Spagna Betica, colonia romana, tra le più vetuste, in un contesto politico e socio-culturale permeato di filo-repubblicanismo e di anti-imperialismo. Tale contesto ebbe degli effetti coattamente univoci sulla formazione del giovane Seneca. Gli Annei, ovvero la genealogia di Seneca, avevano radici molto viete. Erano posteri di immigrati italici in Hispania, vale a dire che erano “Hispanienses”! Va ricordato che, ai tempi della guerra civile, Cordova, che sin dai primordi aveva metabolizzato l’élite economica ed intellettuale di Roma, si era apertamente dichiarata “Pompeiana”, ovvero “Repubblicana”. Seneca Il Vecchio, come tramandato da Tacito negli Annales, apparteneva al Rango Equestre (01) e si trasferì a Roma durante il Principato Augusteo, il che divenne per lui un humus feracissimo per concretizzare i propri progetti, ovvero per introdurre favorevolmente i figli nel contesto socio-politico dell’Urbe.

 

  1. Rango Equestre/ Ordo Equester: I Cavalieri/Equites, assimilarono gli ideali, gli usi ed i costumi dei Senatori. Le Famiglie Equestri rappresentarono la più topica sorgente di rinnovamento ed integrazione dell’Ordine Senatorio. I vincoli tra Equites e Senatori erano molto serrati in virtù di matrimoni combinati, parentele e sodalizi. Gli Equites, molto ricchi, annoveravano banchieri, imprenditori, commercianti ed agrari. Gli Equites dovevano i loro successi alla ricchezza ed ai rapporti con i Potenti Romani. Molti di essi provenivano dall’Ordo Decurionum ed ascendevano al Rango di Equites esclusivamente ed in virtù del loro censo. Importante enfatizzare l’origine di Seneca da una Famiglia di Rango Equestre, ovvero da una Famiglia dallo Status parificabile a quello Senatorio, per poter comprendere l’incongruente avversione del filosofo nei confronti della Dinastia Giulio-Claudia.

 

Già dall’adolescenza, Seneca dovette confrontarsi con diversi disturbi psico-fisici. Frequentemente veniva colto da crisi asmatiche o cadeva in deliquio, fenomeni, questi, che lo gettarono sovente nello sconforto e nella disperazione. In una sua epistola ricordò (02-03):

 

(02) “ La mia adolescenza tollerava facilmente e con una certa baldanza i parossismi della malattia. Tuttavia, in seguito, fui costretto ad arrendermi e giunsi fino a diventar estremamente emaciato. Sovente mi venne l’istinto del suicidio, tuttavia, ciò che mi impedì di compiere l’atto estremo, fu la senilità del mio eccelso Padre. E non riflettei sul modo in cui io, da uomo forte, potessi abbracciare la Morte, bensì sul dolore che avrebbe lacerato mio Padre, per questo motivo. Ne conseguì che obbligai me stesso a vivere e per vivere, spesso, ci vuole un grande coraggio!”

(Epistulae ad Lucilium, 78, 1-2)

 

(03) “Il parossismo della malattia è effimero. Sembra una tempesta e si dissipa, normalmente, col passar di circa un’ora. Invero, c’è uomo che sarebbe capace più a lungo di tollerare questa penosa sensazione di morte? Finora le malattie tutte ho sperimentato e le loro insidie, nondimeno per me non ve ne è una che sia più tormentosa. Comunque sono malato e mi viene la sensazione di morte. Questa malattia la chiamano i medici “riflessione della morte”. In effetti, di quando in quando, questa apnea mi da il senso di asfissia. Credi, oh Lucilio, ch’io ti narri questi fatti perché sono contento di aver evitato il pericolo? Se gioissi della fine di questo male, similmente ad aver riacquisito la più integra salute, diventerei grottesco, similmente al convenuto, convinto di aver vinto la causa solo in virtù dell’aggiornamento del processo.”

(Epistulae ad Lucilium, 54, 1-4)

 

(02-03) Questi stralci epistolari sono importanti, perché hanno il valore di una confessione di Seneca, il quale riconosce i suoi problemi psico-fisici che mai, di fatto, lo abbandonarono: crisi asmatiche (crisi epilettiche???), svenimenti (crisi epilettiche???), sconforto, disperazione, eccessiva magrezza, istinto di suicidio. E’ questo l’uomo che ha condannato Caligola, che ha “coraggiosamente” ridicolizzato Claudio dopo la sua morte (Apokolokyntosis), che è stato complice di Agrippina, donna, quest’ultima, che ha abiettamente tradito per giochi e fini di potere? E’ questo l’uomo che voleva “catechizzare” Nerone? E’ questo l’uomo che, in un modo o nell’altro, per circa un ventennio, ha gestito le sorti di Roma e, di conseguenza, del Mondo intero? Da ciò che si evince dalle “Epistulae ad Lucilium”, i suoi istinti di morte, ovvero il suicidio, erano immanenti ai suoi cromosomi e non allo Stoicismo. Semmai è il suo Stoicismo che nasce, non da speculazioni filosofiche, ma dalla sua genetica. Come avrebbe potuto mai questo uomo, che paradossalmente si autodefinisce “uomo forte”, conciliarsi con il modus vivendi di Corte? Seneca ebbe tra i suoi Maestri, che esercitarono su di lui un profondo influsso:

-Quinto Sestio, che per lui fu il modello di un asceta che ricerca un crescente miglioramento grazie alla nuova pratica dell’esame di coscienza. La frequentazione della Scuola Cinica dei Sestii fu topica per la strutturazione del pensiero di Seneca.

-Papirio Fabiano, oratore e filosofo, membro della setta dei Sestii, con influenze ciniche.

-Attalo, Stoico, con influenze ascetiche. Da questi, Seneca imparò i principi dello Stoicismo ed il vezzo per le pratiche ascetiche.

-Sozione di Alessandria, Neopitagorico. Da Sozione, oltre che ad apprendere i principi della dottrina di Pitagora, fu avviato verso la pratica vegetariana che, però, ben presto abbandonò.

Sozione era legato alla setta dei Sestii, fondata all’epoca di Giulio Cesare, che agglomerava elementi derivanti da diverse origini, peculiarmente stoiche e pitagoriche e che professava una vita semplice e sobria, lontana dalla politica!!! Da Sozione venne quindi imbibito di sobrietà e di austerità, elementi, questi, già pesantemente mutuati dalla madre). La Scuola dei Sestii fu, di fatto, una setta che postulava un’etica integralista ed un asfissiante ascetismo psicologico e fisico (profonda e continua autoanalisi ed alimentazione a base esclusiva di vegetali). La domanda sorge spontanea: “Come poté uno Stoico, come poté un Asceta conciliarsi con la vita, con i fasti, con le crapule, con i baccanali ed i saturnali di Corte?” E’ una contraddizione in termini, almeno in apparenza. Intorno al 20 d.c., Seneca si trasferì in Egitto, per un periodo non esattamente documentato. Ufficialmente il Filosofo vi si recò per curare l’asma e la bronchite croniche, ma, in realtà, vi si recò per motivi politici, poiché l’Imperatore Tiberio aveva ordinato lo scioglimento della Setta dei Sestii, di cui facevano parte alcuni dei Maestri dello stesso Seneca. Seneca non inveì, per questo, contro il “Tiranno” Tiberio e neanche ebbe nulla da eccepire, in Egitto, circa il costume dei Sovrani locali, ovvero il ritenersi un “Dio” (EKTHEOSIS). Relativamente a quest’ultimo elemento, Seneca criticò e condannò aspramente, per contro e paradossalmente, Caligola!

E’arcinoto che Seneca fece carriera incensando gli ottimati del momento e detraendo i precedenti.

La sua attendibilità, di conseguenza, è molto scarsa. Al rientro dall’Egitto, Seneca principiò la professione forense, poi seguì un suo Cursus Honorum, tra le cui tappe va ricordata la Questura, preambolo all’ingresso in Senato (31-32 d.c.), in quel Senato corrotto che tanto avverserà la Dinastia Giulio-Claudia, sui cui “dorati libri-paga” Seneca, a lungo e pinguemente, risulterà. Un antico, popolare ed anonimo aforisma latino, recitava così:” Senatores boni viri, Senatus mala bestia” “I Senatori sono buoni uomini, il Senato è una cattiva bestia”! E’ patente la sardonica amarezza del Popolo Romano circa la corruzione del Senato. E’ d’uopo ricordare un altro aforisma, ancora più antico: “Vox populi, vox Dei” (Bibbia, Isaia, 66-6). Se questo postulato vale in addebito a Caligola…

(Considerando che la documentazione a suo carico è relativamente scarsa e strumentalizzata, ovvero si parla di Caligola, come già ripetutamente accennato, su basi di tradizione orale)

…perché non dovrebbe valere in addebito a Seneca, al Senato, a Svetonio, etc…?

Seneca incontrò l’avversione di Caligola, prima, e di Claudio, poi. Ma se la vita di Corte era tanto ributtante, corrotta, perversa, pericolosa, degenerata…perché insistette tanto a “corteggiarla”, ovvero a non evitarla??? Salus populi suprema lex??? Alchimie da filosofi!!! A tal proposito, non si può non pensare al lirico neoteroo Gaio Valerio Catullo, quando nel suo Liber, carme 85, elegiacamente recitava: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris ! Nescio, sed fieri sentio et excrucior ! » “Ti odio e ti amo! Perché, tu forse mi chiedi!? Non lo so, ma so che è così e ne sono torturato!” Ovviamente il distico era diretto all’amata-odiata Lesbia, ma, per analogia, lo si può indirizzare al sentimento di odio-amore che Seneca nutriva per il potere!

Messalina…

(la tradizione storica la tratteggia come femmina vanagloriosa, lussuriosa, libidinosa e priva di ogni freno morale) (bella gente frequentava il nostro Pubblico Ministero Seneca)

…, moglie di Claudio, lo rese (Seneca) complice nel processo di adulterio contro Giulia Livilla, sorella del defunto Caligola e nipote di Claudio. Claudio, per questo, lo esiliò in Corsica, dove rimase dal 41 al 49. Seneca mal tollerò questo esilio, in netta contraddizione con i suoi ideali stoici. Ergo, come si può dar credito ad un uomo che filosofeggia sui mali altrui, ma dimostra grande fragilità per quel che concerne i suoi? Ben diceva quindi, allorché citava la sua insigne frase” Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt” “Abbiamo negli occhi i difetti degli altri, ma i nostri ci sono dietro”. Seneca suoleva ripetere questa frase quando intratteneva i “Solone” dell’epoca, i quali, sulla scorta di cognizioni meramente empiriche, pretendevano di parafrasare giudizi ed opinioni in qualsiasi campo. Evidentemente, tuttavia, Seneca dissimulava umiltà dicendo “…i nostri…”. In realtà lui se ne sentiva esente. Tra le numerose opere, scrisse una “Consolatio ad Polybium”, ovvero al potente liberto dell’Imperatore Claudio. Il pretesto era quello di consolare Polibio per la perdita dell’amato fratello, ma la nefanda ed incoerente verità occulta risiedeva nella sua strisciante istanza di intercessione presso Claudio. In effetti, morta Messalina ed in virtù anche della faziosa e spregiudicata diplomazia di Agrippina Minore…

(Una donna ambiziosa, dominatrice, di mesmerizzante bellezza. Ordì un attentato contro suo fratello, l’Imperatore Caligola. Nel 42 d.c. sposò, in seconde nozze, il facoltoso Gaio Passièno Crispo, che più tardi fece avvelenare per ereditarne i cospicui beni. Nel 49 d.c. sposò lo zio Claudio, cioè l’Imperatore. Fu uno scandalo, ma fu immediatamente promulgata una legge che regolarizzava questa unione. Successivamente fece avvelenare anche Il Divo Claudio, di cui divenne “flaminica” post-mortem, ovvero “sacerdotessa”, la massima sacerdotessa dello Stato Romano. La tradizione storica ascrive a Seneca un coinvolgimento in questo crimine. Al fine di offuscare i sospetti, Seneca scrisse un discorso laudativo pro-Claudio, che il novello Principe Nerone pronunziò in Senato. Agrippina riuscì anche ad ottenere, dal Senato, lo status di Principe-Donna, ovvero di “Imperatrice”, carica mai riconosciuta ad una donna. Seneca, che precedentemente anatemizzò Caligola per simili motivi, “stoicamente” approvò. Agrippina fu uccisa nel 59 d.c. dai sicari del figlio Nerone e Seneca, da versato voltagabbana, si affrettò a pronunciare in Senato un’invettiva contro la defunta, “contennenda” Agrippina)

…, seconda moglie dell’Imperatore, nel 49 Seneca tornò a Roma.

Ad Agrippina, quindi, Seneca doveva la propria posizione a Corte e ne diventava ora complice,

per favorire l’ascesa al trono del figlio di questa: Nerone! (Se Nerone, che arbitrariamente ed unilateralmente assolvo come Caligola, ha delle colpe, quanto è quindi grande la responsabilità storica di Seneca?). Il legittimo erede era Britannco, figlio di Claudio e di Messalina, che fu però eliminato. Nel 54 Claudio morì avvelenato (da chi?..Seneca, Agrippina…?) ed il dodicenne Nerone salì al trono, sotto la “guida” di Seneca, il quale, insieme al Prefetto del Pretorio Afranio Burro, governò, di fatto, le sorti dell’Impero. Ma su quali basi, se non quelle della calunnia, del tradimento, del complotto, dell’omicidio…? SENECA E’ STATO UN UOMO DI POTERE CHE SI E’ SCONTRATO CON ALTRI UOMINI DI POTERE!!!

Nondimeno, non appena Nerone ascese al trono, deflagrarono veementi le rivalità e le divergenze tra Seneca ed Agrippina, poiché quest’ultima era onnipresente nella gestione della politica e ciò costituiva un impedimento al personalissimo progetto politico dello Stoico.

Durante il primo quinquennio del principato di Nerone, Seneca acquisì, politicamente, un immenso potere personale, la qual cosa gli permise di arricchirsi a dismisura. Per alienare l’Imperatore dal carisma che su di lui esercitava Agrippina, Seneca approfittò utilitaristicamente delle frizioni germinate ipso facto, tra madre e figlio, nella gestione del potere. Speculando subdolamente su questi attriti ed allineandosi con Nerone, Seneca si valse ad esautorare Agrippina da qualsiasi forma di ingerenza nella gestione del potere. L’epilogo di queste contese fu drammatico, ovvero si consumò il matricidio e molte fonti storiche identificano in Seneca il fomentatore, pro domo sua, di tale terribile evento. Seneca si adoperò immediatamente al fine di rassicurare l’opinione pubblica, indirizzando una lettera al Senato, per mezzo della quale notificava che Agrippina si era uccisa, come conseguenza di un abortito colpo di stato ai danni di Nerone. Il voltagabbana Seneca si era illuso, a questo punto, di avere via libera verso la totale ed incontrastata gestione del potere, ma venne messo in cattiva luce…

(Così recita la tradizione storica, ma se Seneca è una vittima, perché i Claudii sono tutti pazzi e carnefici? Non va dimenticato che la Storia, pur consacrando Ottaviano Augusto quale Pater Patriae, lo condanna, tuttavia, poiché la Pax Augustea era basata sull’oscurantismo nei confronti degli iconoclasti del potere)

…presso Nerone. Seneca fu accusato di ammassare indebite e fraudolente ricchezze ed il suo carisma sull’Imperatore naufragò. Seneca, nel 62 d.c., si ritirò quindi a vita privata e, da consumato “pedofilo”, sposò la giovanissima Paolina, in spregio allo Stoicismo del Maestro Attalo ed alla mortificazione della carne postulata dal Neopitagorismo del Maestro Sozione. Nel 65, sospettato (Perché la Storia condanna Caligola senza prove e fa di Seneca un martire, in quanto semplicemente sospettato?) di far parte della congiura dei Pisoni, ricevette l’ordine di suicidarsi. Seneca pose fine alla sua incoerente e contraddittoria esistenza con il poco nobile atto del suicidio, ammantandolo, tuttavia, dell’alone sublime, quasi orfico, dell’ideale stoico, di quell’ideale stoico che, nondimeno, si fonda su un monismo naturalistico e razionalistico, ovvero su un ideale di saggezza, a cui si approda conducendo un’esistenza secondo natura, vale a dire accogliendo con indifferenza (apatia) e paziente sopportazione l’ineluttabilità della legge del Lògos, la quale gestisce ogni vicenda umana. Ma allora, Caligola, Nerone, Claudio, non erano soggetti anch’essi, benché Imperatori, a questa legge universale? Ed allora, perché condannarli ed auto-assolversi? Ergo, perché tentare disperatamente, affannosamente, di alterare l’ineluttabilità della legge, di quella legge che il Lògos aveva stabilito per Nerone nella sua umana singolarità e del mondo intero a lui asservito, nella sua generalità!? Una critica oggettiva sull’uomo Seneca si presenta alquanto scabrosa se non, addirittura, utopistica. Se da una parte si resta ferventemente estasiati per il suo magistero mentale, per i suoi immensi valori antropologici ed ontologici, dall’altra si può enfatizzare la sua eccessiva indulgenza, fino al supinismo, nei confronti del potere. Altresì si resta sbigottiti dalla sua vanità, ovvero dal suo amore viscerale per il denaro e per gli onori. In definitiva, si arguisce un’incolmabile voragine tra le sue astrazioni stoiche e la pragmatica delle loro applicazioni. Inconfutabilmente, quella di Seneca, può essere annoverata tra le icone storico-culturali più topiche del mondo antico. Epigono della “Nuova Stoà”, di cui Panezio fu edificatore, Seneca ha introdotto, nella cultura stoica, lo stigma indelebile del suo temperamento, perpetuamente oscillante tra la negatività più estrema e la positività più acuta, ovvero l’istanza (giammai concretizzata) di estollersi, come tetragona ipostasi del sòfo stoico, al di là della negatività e della positività, al fine di egemonizzare gli eventi. Onde l’idiosincrasia tra due trend antitetici: l’uno che anelerebbe approdare all’umanitarismo e l’altro che anelerebbe, eteroclitamente, approdare all’Aristocraticismo. Parimenti controversa fu in Seneca anche la perplessità tra un razionalismo, che precludeva all’essere umano ogni possibilità mistica, ed un irrazionalismo che, con angoscioso ed irrefrenabile impulso, vergeva verso un rigoroso ascetismo. Le sue crude e rigide pronunziazioni nei confronti della vita fisica e delle sue manifestazioni, definite “ peso e condanna dell’animo” sono l’evidenza dell’ascetismo albergante in lui come anelito, al punto di rendere verosimile la voce storica di una sua riflessione circa la conversione al Cristianesimo, a posteriori di scambi epistolari con San Paolo. Motivo in più per entrare in conflitto con il potere imperiale!? Dal punto di vista dialettico-filosofico la congettura sembra non reggere, poiché la teleologia del Cristianesimo consiste nella salvezza dell’anima, mentre lo Stoicismo ricerca la serenità dello spirito. Nondimeno, nel teorema etico dello Stoicismo senecano compare un elemento inusitato, ovvero un misticismo che anelerebbe ad intridere di sé il razionalismo, ma, non riuscendo ad individuare un comune punto di riferimento, si trascina poi in continue incongruenze, stereotipi di qualsiasi filosofia in crisi. In crisi non era soltanto l’uomo-filosofo Seneca, ma l’intera società romana del tempo. Ed un uomo in preda a siffatta crisi, come può enunciare giudizi storici oggettivi, soprattutto in merito a Caligola, ergo non tanto giudizi in quanto conseguenze delle azioni di Caligola, ma in quanto conseguenze del funambolismo psicologico e dialettico del Grande Filosofo! Ad enfatizzare il vassallaggio politico di Seneca, si può citare una delle sue innumerevoli opere: “Ludus de morte Claudii, o Apocolocynthosis”. Quest’opera fu scritta dopo la morte di Claudio, ovvero durante il Principato di Nerone, al quale, Claudio, era particolarmente inviso! Usando un’espressione latina, Seneca escogitò una “Captatio benevolentiae”! Quest’opera, una satira menippea, è amara e sferzante nei confronti di Claudio, la cui ombra, dopo aver postulato indarno di essere cooptata tra gli Dei, è, per contro, scagliata negli Inferi, su delibera del Consiglio Celeste! Il titolo “Assunzione fra le zucche”, è la patente e sardonica antifona di un’apoteosi al contrario! Seneca era un anemoscopio egro di allotropia politica, ergo come fidarsi delle sue speculazioni sulla Dinastia Giulio-Claudia in generale e su Caligola in particolare?

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Svetonio

 

Svetonio Tranquillo (70 d.c.-140 d.c., circa), originario della provincia d’Africa o, forse, del Latium Vetus. Nacque agli inizi del Principato di Vespasiano. Cavaliere, ovvero rampollo di una ricca famiglia di ceto equestre (Classe equiparata al Senato). Agli epigoni di questo ceto era riservata la carriera di “Soldato”, che Svetonio, con “nobile coraggio”, ricusò. Fece ricorso allo stesso “nobile coraggio” in più occasioni e, tra queste, quando affondò la lama della detrazione a carico del quondam, ovvero defunto, Caligola. Retorico, giurista ed avvocato, in virtù del “lenocinio” dell’amico Plinio Il Giovane (*), ricoprì importanti cariche pubbliche già sotto Trajano(**) (che gli conferì lo “ius trium liberiorum”, un cospicuo sussidio elargito per meriti o istanze straordinari) e, poi, sotto Adriano (***), con il quale instaurò relazioni molto serrate. Alla corte di Adriano approdò grazie agli uffici nepotistici del Pretorio Setticio Claro, intimo amico di Plinio Il Giovane. Setticio Claro assunse poi Svetonio sotto la propria ala protettiva, estendendola fin dopo la morte del comune amico Plinio. Svetonio divenne capo del dipartimento della corrispondenza imperiale, ovvero”Magister epistolarum”. Ciò gli permise di avere adito agli scritti più riservati conservati negli archivi dell’Impero (decreti, senatus consulta, trascrizioni degli atti ufficiali del Senato, etc…). Già, ma considerato l’accesso esclusivo alla “riservatezza” di quei documenti, credo sia lecito chiedersi: “Che uso ne fece? Li lesse e li interpretò oggettivamente? Etc…”-Legato, come già enunciato, a Plinio Il Giovane da grande amicizia, lo seguì in Bitinia quando questi ne divenne Governatore e/o ne fu, comunque, corrispondente. I dati biografici su Svetonio sono scarsi e, per lo più, di origine incerta. La maggior parte di essi, comunque, provengono dallo stesso Svetonio e/o dal suo amico Plinio Il Giovane e, quindi, sono faziosi e non oggettivi. L’ultimo di questi, tuttavia, concerne la sua esautorazione da parte di Adriano nel 121/122. Le ragioni di questa esautorazione furono torbide o, forse, semplicemente dovute alla morte di Plinio, ergo del suo “protettore”! Alcune fonti parlano anche di una smisurata “confidenza” con l’Imperatrice Sabina, nonché della débàcle politica del suo “Pigmalione” Setticio Claro. Per sopravvivere, quindi, si mise a scrivere biografie degli Imperatori, enfatizzando i lati aneddotici e scandalistici. Nondimeno, Svetonio attinse sovente a sorgenti informative non olografe e, tra queste, documenti demagogico-propagandistici o, ancor peggio, libellistici. Fece altresì ricorso a numerose relazioni orali, ovvero a testimonianze estremamente “plastiche”, al fine di rendere ancor più sapida la linfa che permeava gli aneddoti e le curiosità relative ai personaggi, a detrimento di un’oggettiva narrazione delle loro azioni reali. Svetonio, che trascurò dolosamente le fonti ufficiali di Tacito…

(di cui non condivideva le idee che, forse, erano semplicemente “scomode”. Il non condividere le idee può essere filosoficamente accettabile, ma può essere altresì sintomatico della relatività delle proprie idee, ergo può implicare la non categoricità dei giudizi nei confronti di terzi. San Tommaso D’Aquino, a tal proposito, recitava: “Adequatio rei et intellectus” “Adeguamento dell’oggetto con l’intelletto”)

…, indulse molto, forse eccessivamente, sul pettegolezzo, sullo scandalo (come già citato), su dettagli della vita più intima degli Imperatori. Più che “letterarie”, le biografie redatte da Svetonio possono essere considerate “politiche”! Molti Storiografi vedono in ciò un grande neo, sia nella personalità sia nella letteratura di Svetonio. Ed allora: quale vittima sacrificale migliore di Caligola!? Caligola (che non ha mai conosciuto di persona) era morto e non poteva più nuocere, in più, parafrasando doverosamente l’aulico e moraleggiante drammaturgo francese Philippe Nèricault (alias: Destouches): “Gli assenti hanno sempre torto!”-Tra i suoi tanti errori, Svetonio ne commise uno, analogamente a Seneca che, in perpetua contraddizione con sé stesso, ovvero “predicando bene e razzolando male”, asseriva: “Audiatur et altera pars. Qui statuit aliquid, parte inaudita altera, aequum licet statuerit, haud aequus fuit.”-“Chi ha sancito qualcosa senza aver ascoltato entrambe le parti, per quanto equa possa essere stata la sua decisione, non è stato equo!” (Seneca, Medea, II, 2.v. 199-200). Questo principio, tra l’altro, era contemplato dal Diritto Romano. Svetonio, per contro, a Trajano, all’apogeo del suo splendore e della sua potenza, intessé un incensatorio panegirico. Inoltre, Trajano “pagava”! Si potrebbe asserire, senza tema di smentita, che se Svetonio fosse stato coevo di Caligola, avrebbe incensato anche lui, in spregio a tutte le detrazioni da lui proferite e vergate post-mortem. E bravo Svetonio, mellifluo, giullaresco, prezzolato LANZICHENECCHO di Corte!!! Tra le sue opere principali: De viris illustribus, De vita Caesarum. Per quel che concerne “De viris illustribus”, va ricordato che molte opere a lui attribuite, non trovano riscontro da parte di molti moderni studiosi. Questo dato è importante perché, se da un lato Svetonio può essere considerato un ignobile detrattore, dall’altro (anche per quel che concerne “De vita Caesarum”) vengono ascritte a lui delle considerazioni verosimilmente “apocrife”e, quindi, ancor meno attendibili. Molti altri frammenti, ascritti a Svetonio, non sono stati ancora ufficialmente riconosciuti dagli Storiografi, ergo la sua attendibilità è sempre più vacillante proprio, ed anche perché, non tutto ciò che gli è stato attribuito è suo. Inoltre Svetonio non si preoccupò, sovente, di espletare una verifica esegetica delle fonti. La data della morte di Svetonio, come quella della sua nascita, è incerta: forse il 126 d.c., forse il 140 d.c.

 

(*) Plinio Il Giovane

Como, 61 d.c.-Nicomedia, 113 d.c. Scrittore latino e senatore romano. Rampollo di una ricchissima famiglia di rango equestre. Ancora bambino perse il padre e, nel 83 d.c., anche la madre. Ereditò così l’intero, immenso patrimonio di famiglia. Essendo ancora minore, venne affidato per due anni alla tutela di Virginio Rufo, uomo politico e generale romano, personaggio di provata integrità morale, che fu inconfutabile paradigma di lealtà e devozione allo Stato ( comportamento opinabile, in quanto scevro di dialettica democratica). Virginio Rufo represse una sedizione eversiva ai danni di Nerone. Se la storia condanna (ingiustamente) Nerone, come si può assolvere il suo paladino, ovvero colui che ne salvò il Principato, che divenne poi maestro di Plinio, uno dei principali accusatori ex-post di Caligola? Virginio Rufo, morto Nerone, durante la guerra civile del 68-69, rifiutò per ben tre volte l’acclamazione ad Imperatore da parte delle sue truppe. Fulgido esempio di attaccamento allo Stato, a quello Stato che in quel momento avrebbe avuto bisogno del suo apporto pragmatico e non meramente dialettico. Il teorema si fa complessamente inestricabile!!! Plinio compì i suoi studi a Roma, presso la scuola di Quintiliano. (Quintiliano seguì, da discente, le lezioni di Seneca, per cui il suo pensiero fu permeato di “Anti-Caligolismo”, che trasmise a Plinio. Il primo grande mecenate di Quintiliano fu l’Imperatore Galba, nel cui Principato esercitò l’Avvocatura. Successivamente, in quanto Maestro di Retorica, l’Imperatore Vespasiano gli riconobbe un appannaggio annuale di 100.000 sesterzi, a fronte della sua prima cattedra. Quintiliano formò il futuro “ceto dirigente”. Da Domiziano, poi, quale ricompensa per l’educazione dei propri nipoti, ricevette gli “ornamenta consularia”, vale a dire il “consolato”! Ergo: come poteva parlar male di Galba, prima, e dei Flavii, poi ???). Plinio, grazie alle sue immense possibilità economiche, “comprò”, ovvero percorse rapidamente l’intero Cursus Honorum. Divenne Tribuno della Plebe e, in breve, fece il suo ingresso in Senato. Sotto Trajano divenne Soprindentente al Tesoro, divenne Console Supplente e poi Console. Di fronte al Senato pronunciò il “Panegirico a Trajano” (Suo benefattore. Ma perché questi “Illustri Letterati Latini” incensano gli Imperatori “generosi” e demonizzano quelli che non riconoscono loro privilegi? Ergo, un Imperatore è grande o piccolo solo in virtù della generosità espressa nei confronti di questi individui e non per i suoi reali meriti o demeriti!?). Questo panegirico, tuttavia, venne successivamente, da terzi, rivisitato e revisionato, a testimonianza, semmai ce ne fosse bisogno, della labilità e dell’incertezza dei documenti ufficialmente ritenuti “storici”e/o, comunque, del pensiero umano. Correva l’anno 105 d.c. quando Plinio ottenne la carica di “Curator”, ovvero di magistrato del Tevere e della Cloaca Maxima. Non fu soltanto in virtù delle sue indiscusse capacità, ma anche e soprattutto in virtù della sua ricchezza e delle sue aderenze con gli ottimati del momento, che il suo Cursus Honorum fu, come già detto, rapido e sfolgorante. Divenne, tra l’altro, Prefetto dell’Erario di Saturno, vale a dire Cassiere dell’Impero. Infine, volgendo al termine la sua esistenza, gli fu affidato il Governatorato di Bitinia. Molte delle sue lettere sono tuttora ritenute un artificio letterario, altre reali. Tra queste ultime ve ne sono molte che riguardano postulazioni di “raccomandazioni”! Ed ancora, tra queste, vi sono molte epistole che riguardano i Cristiani, vale a dire che attraverso queste rese edotto il Principe Trajano, che gli aveva ordinato la repressione dei Cristiani stessi (ma perché Nerone è un demonio e questi due “compagni di merende” no?). In queste epistole Plinio manifestò all’Imperatore le proprie incertezze sul come eliminare i Cristiani e non ne prese mai la tutela, come invece fatto da Tertulliano. Plinio fu l’apologeta della causa dei Romani. Per Plinio esisteva soltanto la potestà dell’Imperatore (come già detto: del suo benefattore). Plinio vide nei “dissidenti” Cristiani un grave pericolo per l’Impero, da reprimere ed esorcizzare a tutti i costi. Plinio auspicò il trionfo del politeismo. Plinio fu, comunque, responsabile della gestione dei processi e delle procedure di polizia contro i Cristiani. Questi elementi, tuttavia, vengono vergognosamente dissimulati dalla storiografia tradizionale. Plinio faceva interrogare più volte i Cristiani i quali, estenuati, terrorizzati, alla fine confessavano, ma venivano egualmente condannati a morte, senza che venisse data loro la possibilità di difendersi. Plinio dimostrò grande spessore (con successiva, grande eco) proprio nella persecuzione dei Cristiani (forte con i deboli e debole con i forti). In una delle sue lettere a Trajano, spiegò di avere realizzato la politica di condannare chi, denunciato in quanto Cristiano, persisteva nel professare ancora per tre volte la propria fede, pur sotto la terrizione della pena capitale. Questo serviva, secondo lui, ad indebolire la Inflexlibils Obstinatio. Trajano, dal canto suo, gli confermava di portare davanti al tribunale e di punire, coloro i quali non abiuravano la fede cristiana. Plinio, compiaciuto dalla benevolenza del proprio Princeps, scatenò il sarcasmo di Tertulliano (Apologeticum II, 8: O sententiam necessitate confusam! Negat inquirendos ut innocentes, et mandat puniendos ut nocentes…Si damnas, cur non et inquiris ? Si non inquiris, cur non absolvis ?). Tertulliano pose in rilievo il fatto che i Cristiani, seppur innocenti, dovevano essere tradotti in tribunale e, se ricusavano l’apostasia, dovevano essere condannati in quanto colpevoli. Plinio ordinò la venerazione delle immagini degli Dei e l’offerta di sacrifici all’Imperatore. Plinio raccomandò ai successivi Principi, di seguire le tracce di Trajano, al fine di mantenere l’armonia con il Senato e con il Ceto Equestre, ovvero con i beneficiati. Ed il Popolo??? La più importante sorgente di informazioni biografiche relative a Plinio, come pure quella relativa ai vari aspetti della società dell’epoca, ci derivano dal suo stesso epistolario. Negli incarichi ufficiali Plinio dimostrò sempre una patentemente scarsa attitudine decisionale, inoltrando assidue istanze comportamentali, anche al cospetto di banali problematiche. Sulla scorta di ciò, come si può pensare a valutazioni oggettive e non faziose di questo uomo così debole, volubile e prono al potere? La critica lo ha spesso tratteggiato come “narcisista”, la qual cosa deve far riflettere!

 

(**) Trajano

Marco Ulpio Trajano nasce ad Italica (Spagna) il 18-09-53 d.c. Durante il suo Principato l’Impero Romano realizzò la propria, maggiore, egemonia politico-territoriale. Il padre, da cui prese il medesimo nome, fu un Senatore di spicco della sua epoca. Elemento, questo, molto importante per la futura ascesa al Principato di Trajano e per la conservazione ed il consolidamento dello stesso. Trajano fu molto “soft” nei rapporti con il Senato, sebbene…

Trajano iniziò la propria carriera tra le fila dell’Esercito Romano, come libera scelta. Elemento importante per ventilare libere ipotesi sulla psicologia del soggetto. Nel 96 d.c., tra l’altro, rivestì la carica di Governatore in Germania, sul Reno, in una delle aree più “agitate” dell’Impero. Agli ordini dell’Imperatore Domiziano partecipò alle cruentissime guerre contro i Popoli Germanici.

Più tardi, divenuto Imperatore, condannò contraddittoriamente la politica di Domiziano, che aveva “servito”. Nella primavera del 97 d.c. venne “adottato” dall’Imperatore Nerva. Vedasi come è labile e contingente il concetto di “diritto di successione al trono”. Una volta divenuto Imperatore sostituì alcuni uomini “infidi”, ovvero non fedeli al predecessore e “Pigmalione” Nerva. Altresì fece giustiziare molti Pretoriani che si erano rivoltati a Nerva. Strana gente i “Pretoriani”! Quando massacrano Caligola e la sua famiglia, sono “eroi”, quando si rivoltano a Nerva, sono dei fedifraghi sediziosi. Trajano affrancò molta gente imprigionata “iniquamente” da Domiziano, al cui soldo, rammento, egli era stato. Se Domiziano era un assassino, perché prestare servizio al suo soldo (contribuendo, di fatto, ai suoi crimini) e non, invece, ritirarsi a vita “bucolicamente” privata? Plinio (vedasi: Plinio il Giovane), suo amico e Senatore, gli intessé un diuturno panegirico in Senato, postulando nondimeno, nello stesso contesto, maggiori privilegi per il Senato che Trajano, lusingato, accettò. Tuttavia Trajano, di schiatta senatoria, ergo ben conoscendo i Senatori, istituì il Consilium Principis, al fine di controllare la corruzione dei Senatori nelle Province. Molti furono i Senatori inquisiti, ma il Senato fu particolarmente indulgente nei confronti dei propri membri corrotti. Certo, Trajano non poteva essere dappertutto e, soprattutto, sapere tutto. Ma ciò non è un altro elemento a favore di Caligola, esulcerato contro il Senato? La grande differenza tra i due sta nel fatto che Caligola esautorò, di fatto, il corrotto Senato, mentre Trajano, forse proprio in virtù di questa esperienza storica, cercò di “spartire la torta” e di chiudere un occhio, se non entrambi. Lo storico Dione Cassio (lo stesso che travisò anche i meriti che Svetonio riconosceva a Caligola e, se dobbiamo dargli credito contro Caligola, gliene dobbiamo anche per quanto segue) riporta che Trajano era solito darsi all’ubriachezza più sfrenata e ad intrattenere rapporti sessuali “androgini”, ovvero omo-eterosessuali. Di Trajano, fino ad oggi, si è detto, sostanzialmente, soltanto bene, sorvolando su certi aspetti, tacitamente accettati come peccati veniali, anche perché la maggior parte dei “critici” erano suoi intimi amici. Lo stato di ebbrezza non è di durata effimera, ovvero non dura pochi secondi, ergo, quante decisioni avrà preso Trajano in questo stato di “incoscienza”? Quante vite umane saranno dipese dal suo delirio dionisiaco? Dando credito a Dione Cassio, si deve dedurre che le sorti dell’Impero Romano, ma soprattutto le vite di tanti popoli confinanti, furono nelle mani di un depravato ubriacone. Oggi, l’art. 688 del Codice Penale recita: “Chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, è colto in stato di manifesta ubriachezza, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da…a…La pena è dell’arresto da tre a sei mesi se il fatto è commesso da chi ha già riportato una condanna per delitto non colposo contro la vita o l’incolumità individuale (c.p. 575-584). La pena è aumentata (c.p.) se l’ubriachezza è abituale.” Per quanto riguarda il Codice della Strada, questo invece recita: “La guida in stato di ebbrezza è sanzionata dall’art. 186. E’ un reato di competenza del Tribunale. Con il nuovo decreto-legge n. 125 del 23 maggio 2008, n.92, convertito in legge n. 125 del 24 luglio 2008, le sanzioni sono ancora più severe e vanno da un minimo di e. 500,oo ad un massimo di e. 6.000,oo/la sospensione della patente va da un minimo di tre mesi ad un massimo di due anni/l’arresto fino ad un anno.” Se oggi un individuo che risulta positivo all’etilometro, pur non avendo commesso reati aggiuntivi o incidenti stradali, viene messo alla gogna, come può questa stessa società farsi vanto di aver avuto questo “Grande” Imperatore e continuare ad intessergli panegirici così mellifluamente incensatori? Per quanto riguarda l’attività sessuale, rammento che Caligola è stato definito “depravato” per i rapporti incestuosi con le sorelle. Beh, dov’è la differenza in fatto di “depravazione”? La vita sessuale è sicuramente un affare privato e ciò dovrebbe rimanere, ma se la “pubblica condanna” vale per Caligola, perché non dovrebbe valere anche per Trajano? Oppure dal punto di vista ipocritamente etico, c’è differenza tra incesto ed omosessualità? Di esempi se ne potrebbero fare molti, ma cito soltanto un nome (sarebbe un altro tema da trattare): Oscar Wilde. Il Grande Letterato fu perseguitato e stroncato per la sua omosessualità. Chiedo sempre:-“Pensate se il grande cardio-chirurgo che vi deve salvare la vita è omosessuale! Che fate, non vi fate operare?” Ed allora, un minimo di coerenza. Io non condanno Trajano per questo, ma ritengo che non si possano usare due pesi e due misure, in questo caso a danno di Caligola. Inoltre:-“Chi erano gli amici maschi delle ibride partouze?” Chissà, forse proprio i suoi “panegiristi”, ma, ahimè, non lo sapremo mai. Una cosa è certa, ovvero che le loro frequentazioni erano assidue, ergo…L’intera vita coniugale di Trajano fu monogama, un’aberrazione ai costumi di quei tempi. Ma sarebbe lecito dunque pensare che il matrimonio fosse soltanto la copertura per un uomo che, considerata la sua posizione politico-sociale, non si poteva permettere un’aperta e dichiarata omosessualità? Quali nefasti, universali influssi avrebbe avuto ciò sullo spirito “guerriero” di Roma? Nell’Urbe Trajano fece edificare un grandissimo Foro, tale da superare, in magnificenza e costi, tutti quelli già esistenti messi insieme. Tra i vari edifici e monumenti, fece erigere la Colonna Trajana, simbolo dell’efferata e cruenta conquista militare della Dacia. Manifestazioni della propria vanità, della propria megalomania e della ricerca del consolidamento del proprio carisma sul popolo, che tanto amava questi fenomeni. I problemi economici di Roma furono affrontati e dipanati in virtù di una serie di campagne militari di conquista. (Strano come la storia condanni i Condottieri perdenti ed esalti quelli vincenti. Sempre di guerre di conquista, ovvero di usurpazione dei diritti dei popoli, si tratta, indipendentemente dal successo o dal fallimento dell’impresa. Se oggi uno Stato-vedi storia recente: Cina/Tibet, Russia/Georgia e tanti altri-tenta la conquista di un altro Stato, si ritrova subito la condanna di tutta la comunità internazionale politicamente avversa. Ergo, perché celebrare l’apologia di Trajano il Conquistatore? E cosa ne pensarono i Daci all’epoca e cosa ne pensano i loro discendenti oggi? Qual è la loro interpretazione della storia? L’elevata tassazione interna, i dissesti finanziari ed economici dell’Impero furono quindi risolti con nefande conquiste, calpestando ogni diritto dei popoli, al fine di procacciare l’oro e l’argento indispensabili per ripianare l’enorme buco deficitario esistente, non ultimo causato proprio dalle “megalomanie” edilizie di Trajano. Oggi ammiriamo dei monumenti stupendi, ma quale ne è stato il prezzo? A tal proposito vale la pena citare (ma molti sono gli esempi che si potrebbero enunciare) Papa Innocenzo X, che nel 1600 fece abbellire Piazza Navona, a Roma, dai più grandi architetti dell’epoca, costruendovi al centro la “Fontana dei fiumi”, del Bernini. Il popolo di Roma censurò tutte le spese fatte pro-opere d’arte, poiché il Pontefice le finanziava facendo lievitare cospicuamente le tasse sul pane e sulla carne. La statua parlante di Pasquino, che era dislocata vicino alla piazza, si fece ambasciatrice del popolo. De facto sulla schiena di Pasquino venivano attaccati dei cartelli con denunce anonime, del tipo: “Altro che guglie e fontane, pane, volemo, pane, pane, pane!” Ed allora, se Innocenzo X era da condannare, perché non lo è, tuttora, Trajano? Innocenzo X aumentava le tasse al popolo per compiacere la propria vanità, mentre Trajano usurpava i diritti di altri popoli. Forse l’ipocrisia consiste nel fatto che i Daci, ad esempio, non erano parte integrante del popolo romano? La conquista delle nuove terre procacciò, tra l’altro, un grande afflusso di schiavi a Roma e la possibilità di infiltrare coloni fuori dai confini nazionali. Un uomo che usurpa i diritti altrui e che traduce in catene a Roma masse di uomini un tempo liberi, destinati alla schiavitù o a morire come gladiatori nelle arene, è veramente da considerare “Divo”? E’ veramente degno di panegirici? Decebalo, Re dei Daci, capitolò per risparmiare ulteriori orrori al suo popolo. Molte furono le tribù che si rivoltarono a Trajano. Come mai, se era tanto buono? E se Caligola è stato un assassino, come dovremmo definire un tale conquistatore, mosso dalla vanità, dall’esigenza di ricchezza ed altro, senza tener conto delle vite umane. A conti fatti, chi avrà ammazzato più esseri umani: Caligola o Trajano? Le notizie storiche narrano di 13 legioni utilizzate per asservire inderogabilmente la Dacia, ovvero un’area geografica ricchissima di oro, di argento, di ferro, di sale. Proprio la Colonna Trajana ci narra del massacro, storicamente sublimando l’olocausto dei Legionari Romani. Ma questi, non erano i carnefici? Ed i Daci, non erano i martiri? I Daci stavano a casa loro ed i Romani erano gli invasori! In quelle aree Trajano fece lastricare strade (comunicazioni e rifornimenti), fece scavare pozzi e costruire cisterne (acqua per l’Esercito), fece costruire fortificazioni…ma tutto questo non veniva fatto con lo spirito della civilizzazione degli indigeni, che non lo avevano chiesto, bensì come esigenza propria nella pianificazione logistica della conquista e della depredazione. Intere foreste vennero disboscate per la costruzione di barche e ponti. Cosa si direbbe oggi a tal proposito, laddove si organizzano crociate contro questo fenomeno? Per quanto riguarda il rapporto con il Cristianesimo (vedi Plinio il Giovane), Trajano ordinò a Plinio, suo Longa Manus, di perseguitare e giustiziare tutti i Cristiani, qualora non avessero abiurato la propria fede. Perché la Storia dissimula e fa passare in secondo piano questo aspetto così altamente drammatico del Principato di Trajano e condanna incondizionatamente le persecuzioni ordinate da Nerone? Forse perché Trajano portò tanti soldi a Roma ed alla greppia fece partecipare tutti? Trajano depose il Re dell’Armenia e fagocitò quei territori. Poi conquistò la fertile Babilonia. In Giudea ed in Cirenaica scoppiarono delle cruentissime rivolte (Ma perché? Ah, questi Giudei…) che Trajano fece sedare nell’orripilanza del sangue. La repressione da lui ordinata fu orrenda! I Generali comandati a ciò, perpetrarono dei veri e propri stermini di massa. Gli Ebrei che scamparono al massacro trovarono rifugio nel cuore dell’Africa. Perché Ramesse II (Esodo), Sargon II (1-a Deportazione asssira) e Nabuccodonosor (2-a Deportazione babilonese) sono dipinti come criminali e Trajano no? Alchimie storiche!?

 

(***) Adriano Publio Elio Trajano

Adriano nacque ad Italica (Spagna), il 27 gennaio del 76 d.c. I suoi genitori morirono nell’anno 85-86 d.c. Adriano aveva, quindi, circa dieci anni. Venne adottato da Trajano, che non aveva prole. Trajano divenne, a tutti gli effettti, il suo tutore. La moglie di Trajano, Plotina, ebbe un ruolo cospicuo nell’ascesa del cursus honorum del figlio adottivo Adriano. Plotina, inoltre, indossò le vesti di “paraninfa” ed organizzò magistralmente il matrimonio di Adriano con una parente di Trajano: Vibia Sabina. Il matrimonio corroborò ulteriormente i legami tra Adriano e gli ambienti del Potere, in virtù, soprattutto, delle eccezionali relazioni con la madre di Vibia Sabina: Matidia. Sul piano strettamente coniugale, questo matrimonio si rivelò un totale insuccesso. Non appena l’Imperatore Nerva designò Trajano quale suo successore, il cursus honorum di Adriano subì una brusca accelerazione. Tuttavia Adriano, contrariamente a Trajano, non fu mai presentato in Senato per ”l’investitura” ufficiale a “figlio adottivo”. Un’opinabile tradizione storica narra che, presumibilmente, la sua ascesa al potere derivò da una designazione fatta da Trajano soltanto in punto di morte. Nondimeno si tramanda anche che il tutto fosse stato organizzato dal deus-ex-machina Plotina, di concerto con Attiano, Prefetto del Pretorio. L’affare venne concluso con la ratifica dell’Esercito, ergo con l’acclamazione di Adriano. Il Senato ebbe notizia della questione soltanto e direttamente da Adriano, il quale affermò di non aver potuto derogare al volere degli ambienti militari. Il Senato si affrettò ad unirsi all’acclamazione. Inutile dire quali e quanti vantaggi il Senato e l’Esercito ottennero da questa acclamazione. L’ascesa di Adriano comportò, tuttavia, l’eliminazione fisica dei precipui, possibili pretendenti al trono. A conti fatti, si può facilmente evincere che l’ascesa al trono di Adriano non fu onesta, limpida e cristallina, ma basata sulla corruzione e sull’intrigo di corte. Come abbiamo visto il Senato e l’Esercito parteciparono alla spartizione e gli avversari politici furono eliminati fisicamente. Non c’è che dire. Adriano, per quanto abbia rivolto gran parte del suo Principato all’amministrazione dell’Impero, fu anche lui un conquistatore, seppur in maniera ridotta. Conquistò, infatti, la fascia che si trova a nord dell’Inghilterra e a sud della Scozia. Anche lui, quindi, usurpò i diritti dei popoli. Per quanto riguarda il Cristianesimo, ricusò le condanne sulle false accuse o sui semplici sospetti, tuttavia ne avallò la condanna sulla base di accuse certe. Nell’anno 132 d.c. deflagrò la terza guerra giudaica ed Adriano ordinò un suo, personale “Olocausto ante litteram”. Vennero trucidati circa 600.000 Ebrei (Ma perché solo Caligola viene definito assassino? Già questa cifra dovrebbe bastare a far rivisitare certe definizioni.) ed un vastissimo numero di città e villaggi furono devastati, incendiati e rasi al suolo. Adriano fu uno dei fautori della Diaspora, vietò l’uso del calendario ebraico, la lettura della Torah e condannò a morte i Dotti della Torah. Nel Tempio fu allestita la pira dei Rotoli Sacri. Aelia Capitolina divenne il nuovo nome di Gerusalemme e gli Ebrei non vi ebbero più accesso. Apollodoro di Damasco, architetto ufficiale dell’Impero, venne fatto fisicamente eliminare da Adriano. Adriano era convinto di essere anch’egli un grande architetto e, un po’ l’invidia, un po’ la disistima di Apollodoro nei suoi confronti, scatenarono in lui un grande risentimento. E’ ben nota la tresca amorosa di Adriano con Antinoo, giovane Greco. (Ripeto quanto espresso in “**Trajano”: se Caligola, a fronte dei suoi rapporti incestuosi con le sorelle, viene definito “depravato” dalla Storia, che dire di Trajano prima e di Adriano poi? Fermo restando che la vita sessuale è una questione privata.) Antinoo morì in circostanze misteriose, in Egitto e molte tradizioni storiche insinuano che il mandante sia stato proprio Adriano, spinto dalla gelosia, ovvero dal fatto che Antinoo, sembra, si fosse innamorato di un altro “giovinetto”. Adriano, ufficialmente costernato dalla morte del giovane amante, fece costruire (soldi pubblici) una nuova città: Antinopoli. Fece divinizzare Antinoo, al quale dedicò un tempio. Adriano associò Antinoo ad Osiride. Non pago, continuò per anni a far erigere statue in onore del suo defunto amore. Si noti bene che Caligola fece cose analoghe per la madre Agrippina e per la sorella Drusilla e venne considerato scelleratamente prodigo e pazzo!

 

Dione Cassio Cocceiano

 

Dione Cassio Cocceiano (Nicea 155-Nicea 235 circa), proveniente dalla Bitinia, un padre senatore.

Trattando di Caligola, che mai conobbe (ci sono circa 150 anni di differenza), Dione travisò addirittura gli eventi che Svetonio pose a merito dell’ex Imperatore. Fu Consul Suffectus sotto Settimio Severo, per il quale parteggiò e del qual divenne, a tratti, inscindibile Alter Ego.

Nel 229 d.c., Alessandro Severo lo associò al proprio Consolato, il che causò l’indignazione dei Pretoriani, i quali, soprattutto a causa del suo eccessivo integralismo, ne chiesero la testa.

Ma i Pretoriani furono saggi ed onesti quando trucidarono Caligola e folli e disonesti quando chiesero la testa di Cocceiano? Tuttavia, va valutato soprattutto il personaggio di cui Cocceiano, sotto molti aspetti, fu complice o, quanto meno, di cui avallò la politica: Settimio Severo!

Settimio Severo regnò dal 193 d.c. al 211 d.c. Quando Pertinace venne trucidato nel 193 d.c., i Legionari acclamarono Imperatore Settimio Severo il quale fece immediatamente ritorno nella Penisola Italica. In Siria, nondimeno, altri Legionari acclamarono Pescennio Nigro ed altri Legionari, in Britannia, acclamarono Clodio Albino. Infine, un altro Presidio di Legionari, acclamò

Didio Giuliano. Grazie ad una cruentissima guerra, Settimio Severo eliminò tutti i pretendenti al trono. Le relazioni tra il nuovo Principe ed il Senato furono sempre pessime. Settimio Severo ingiunse la condanna a morte di un vasto numero di Senatori, tacciati di corruzione e di cospirazione ai suoi danni. (Cocceiano diffamò spesso Caligola, anche e soprattutto, per i rapporti che questi aveva con il Senato di allora). Durante la campagna di Mesopotamia, Settimio Severo diede ordine di saccheggiarne e distruggerne la capitale Ctesifonte. I superstiti furono venduti come schiavi. Settimio Severo introdusse a Roma la dittatura militare. Al rientro dalla vittoria sui Parti si fece erigere un Arco di Trionfo, ancora esistente. (Perché Caligola, secondo Cocceiano, a causa delle sue megalomanie edilizie era folle e dissipatore e Settimio Severo, che gli rese grandi onori e grandi ricchezze, no?) Settimio Severo ebbe uno spirito guerriero a ricercò gli allori per mezzo delle campagne militari. Il sostegno all’Esercito ed i privilegi ai suoi componenti, comportarono delle spese continue e cospicue. Ai figli consigliò sempre di preoccuparsi della soddisfazione dell’Esercito, elemento, questo, indispensabile per governare, al contrario del consenso popolare, non indispensabile. La sua imperiale Res Privata approdò ad un regime assolutistico. Il Principato di Settimio Severo fu un paradigma, per quel che concerne la persecuzione dei Cristiani. Consentì all’applicazione delle leggi vigenti. I suoi funzionari, in rispetto delle citate leggi, agirono molto violentemente contro i Cristiani. Tebaide, Africa, Alessandria, Oriente, Madaura, Numidia, Mauritania, Gallia : in questi luoghi le persecuzioni raggiunsero l’apogeo del martirio. Tuttavia, dopo la sua morte, Settimio Severo fu divinizzato. Dione Cassio Cocceiano, detrattore post-mortem di Caligola, fu il suo prezzolato, fedele “vassallo”!

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“Audacter calumniare, sempre aliquid haeret!”

“Calunnia senza timore, qualcosa rimane sempre attaccato!”

da:

“Quomodo adulator ab amico internoscatur, 65d”

“Plutarco”

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Saggio breve

Omaggio a Jacques de Molay

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Nota introduttiva dell’autore

 

Il 27 gennaio di ogni anno si celebra il “Giorno della memoria” dell’Olocausto, mentre il 10 febbraio di ogni anno si celebra il “Giorno della memoria” delle Foibe, “per non dimenticare”! Ed allora, perché non istituire un “Giorno della memoria” del Martirio dei Templari, “per non dimenticare”??? E quale più consono giorno potrebbe essere se non il 18 marzo, ovvero il giorno

(1314) del martirio sul rogo del Martire Templare per antonomasia, ovvero del Gran Maestro Jacques de Molay? Questo breve saggio storico tende proprio a questo, ovvero a mantenere vivo il ricordo del Martirio Templare. Tuttavia il saggio non indugia sulla figura storica dei Templari, bensì su quella di Ugo Capeto, capostipite della Dinastia Capetingia e su quella del suo tardo successore, Filippo IV “Il Bello”, ovvero sul carnefice dei Templari. Ugo Capeto viene coinvolto,

scomodando Dante Alighieri, poiché fondò la Dinastia Capetingia sulla base della violenza, dell’usurpazione del trono e della corruzione, che utilizzò per accattivarsi i favori necessari all’ascesa. Tutto ciò vuole significare che l’ascesa al trono di Filippo IV era già illegalmente e proditoriamente viziata a monte, ovvero alle origini dinastiche. Riferimenti vengono fatti alla decadenza della società francese durante il Regno di Filippo IV. Viene altresì riportata un’epigrafica monografia sull’Ordine Templare. Il saggio si conclude con una massima di saggezza, vergente ad enfatizzare la nefandezza e l’orripilanza interiori del Bel Sovrano di Francia.

*

Struttura del saggio:

I Capetingi

Ugo Capeto (987-996)

Ugo Capeto nel Purgatorio-Canto XX

Filippo IV di Francia

La Francia durante il Regno di Filippo IV Il Bello

Templari

“Omnia mea mecum porto”

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I Capetingi

 

Genealogia reale francese che, fraudolentemente, succedette ai Carolingi, succeduti ai Merovingi, sul trono di Francia. Mutuò l’appellativo da Ugo Capeto (così soprannominato a causa del piccolo mantello con cappuccio, in francese “cape”, che era solito indossare), Monarca di Francia nella fase conclusiva del secolo decimo, proclamato Re a Noyon, il 3 luglio 987. Dante lo citò nel “Purgatorio” con il nome di “Ugo Ciapetta”. Ad Ugo Capeto seguirono sul trono, in linea retta, per finire con Carlo IV Il Bello, deceduto nel 1328, quattordici Monarchi. Partendo dal fulcro primigenio della loro potenza, l’Ile-de-France, ebbero il nefando magistero, progressivamente, usurpando e prevaricando su un cospicuo numero di nobili, principi e sovrani dell’epoca, di allargare il loro influsso su porzioni sempre più vaste della regione francese (precipuamente nel sud della Francia, a grave danno dei regni formatisi con lo sfaldamento dell’Impero Carolingio) e di organizzare aggressioni esterne a quest’area. Nondimeno, al di là della conquista di ulteriori territori, l’operato dei Capetingi si identificò nella strutturazione della monarchia francese, che essi corroborarono e consolidarono, …

 

(in questa logica essi potenziarono cospicuamente l’autorità regia in Francia, dogmatizzando i principi di ereditarietà maschile della successione al trono, di primogenitura e di indivisibilità dei territori del regno)

 

…non soltanto militarmente e fiscalmente, ma pure e, soprattutto, nella direzione di un’ideologia fortemente autocratica e cinicamente negligente dei diritti altrui. I Capetingi furono, invero, i più tetragoni fautori del concetto di intangibilità del potere monarchico e dell’immedesimazione della nazione con il suo stesso monarca. I Capetingi, pressoché arrogandosi diritti teocratici, ascrissero al loro potere uno stigma ierocratico, compendiato nei motti : “Re Cristianissmo” o “Per Grazia di Dio” (sec. XIV). A partire dal XII secolo, postularono l’assunto del “Re Imperatore nel suo Regno”, assunto che rappresentò la “condicio sine qua non” ideologica per l’evoluzione di una monolitica monarchia nazionale. Le numerose propaggini della famiglia ed il sistema degli utilitaristici e subdoli “Matrimoni di Stato”, permise ai Capetingi di allogare, su vari troni europei, epigoni…

 

(Angiò, Borgogna, Borbone, Condé, Longueville, Orléans, Valois)

 

…del proprio Casato, epigoni con i quali, tra l’altro, si trovarono sovente in forte attrito. I Capetingi giunsero fino all’Impero di Costantinopoli. Ai Capetingi, per via indiretta, succedettero prima i Valois e poi i Borbone.

 

Molte fonti e tradizioni storiografiche parlano di “cupidigia” della stirpe capetingia e, soprattutto, degli ultimi rappresentanti. Una virulenta sferzata alla politica della Dinastia Capetingia fu data da Luigi VI (1108-1137), il quale ricusò qualsiasi dialettica con il sistema feudale, anzi soffocandone con la violenza qualsiasi opposizione, con selvaggio spirito e brutale astuzia. A far seguito dall’assimilazione della Provenza, arrecata come dote nel 1245 da Beatrice a Carlo D’Angiò, il quale la unì al Regno di Napoli, cominciarono una sequela di annessioni, ottenute con le armi o con l’imbroglio, nella logica di una fausta, ma bièca strategia di unificazione interna e di dilatazione esterna. Alle inique e fraudolente annessioni si addizionarono ulteriori crimini tra cui, molto importanti: la condanna a morte di Corradino di Svevia, l’assassinio di San Tommaso D’Aquino, lo “Schiaffo di Anagni”, lo scioglimento dell’Ordine dei Templari. Episodi, questi, tutti ripetutamente rammentati e citati da Dante.

*

Ugo Capeto (987-996)

 

Deceduto Lodovico V, ultimo Re Carolingio (967-987), Ugo Capeto, con denaro e corruzione, si procurò consenso dispensando terre ai suoi elettori. Sebbene la Nobiltà Francese non fosse, in un primo momento, intenzionata a sostenere la creazione di una dinastia capetingia, Ugo si valse ad imporre la sua autorità e a far incoronare co-reggente suo figlio, Roberto II. I Capetingi si garantirono, in questo modo, la successione alla corona, per discendenza maschile, per più di tre secoli (987-1328), ovvero per diritto ereditario e non per diritto di elezione. Iniziò così una serie ininterrotta di Re appartenenti alla medesima genealogia. Quando Ugo Capeto fu eletto, a Senlis, dall’Assemblea dei prezzolati Feudatari, l’Arcivescovo di Reims, Adalbertone, che presenziò ed avallò, sanzionò palesemente che la Corona di Francia era elettiva, come in Germania. Tuttavia, mentre in Germania rimase elettiva, in Francia i Capetingi procurarono ben presto l’insorgere del principio che il Re “non muore” e che il suo potere passa “ipso iure” al figlio. Dante Alighieri asserisce che Lodovico V fu “renduto in panni bigi” (Pg. XX, 54), ovvero che l’ultimo dei

“li regi antichi”, ovvero dei Carolingi, fu costretto coattivamente a ritirarsi nella clausura di un chiostro. In altri termini “fu fatto prigioniero”. Altresì Dante fa risalire Ugo Capeto ad un’umile origine ed asserisce che era figlio di un ricchissimo mercante di bestiame, i cui soldi servirono a corrompere i feudatari ed a comprare il loro appoggio. De facto, Dante accusa Ugo Capeto (che nella Divina Commedia colloca, disteso bocconi e legato, nel V Girone, ovvero tra i prodighi e gli avari) di usurpare il trono: “Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi” (Pg. XX, 52). Tuttavia non lo condanna tanto per aver usurpato il trono, quanto per aver dato origine ad una dinastia scellerata.

*

Ugo Capeto nel Purgatorio

Canto XX

 

Sollecitato da Papa Adriano V (dei Fieschi), molto cautamente, Dante, pressoché sulla punta dei piedi, transita per il quinto terrazzamento della montagna, facendo attenzione a non pigiare l’umano manto dei prodighi e degli avari (bocconi a terra e legati), allorché il grido di una larva, mescolato tra i singulti, lo induce ad arrestare il suo incedere. Versa lacrime amare quella larva, finora anonima, che adesso, ancor più singultando, proferisce due paradigmi della virtù antitetica al suo vizio. Quel grido, quella voce, dopo aver verbalmente e severamente attaccato il peccato capitale dell’avarizia, origine di tanta iniquità, rammenta, ancor piangendo, tre esempi, due di povertà ed uno di generosità, ovvero: quello di Maria che diede alla luce Gesù, quello del Console Romano Fabrizio che non si lasciò corrompere dalle ricchezze offerte dal nemico e quello di San Nicola, Vescovo di Bari, che salvò tre fanciulle dal meretricio. Dante, quindi, si rivolge alla sconosciuta anima, per conoscerla. Quel grido, quella implorazione altro non sono che l’impetrazione patetica di Ugo Capeto, progenitore della genealogia dei Reali di Francia, che costituisce l’incipit del canto XX del Purgatorio. Quindi il dolore si frammischia alla collera, man mano che il “proto-capetingio” enuclea le fasi trucemente salienti della sua bièca schiatta, che egli stesso, con una requisitoria, condanna per la brama di potere e di ricchezza, per la frode e la violenza, per la prevaricazione poste in essere. Ugo Capeto cita quindi Carlo D’Angiò (che provocò la morte di Corradino di Svevia e di San Tommaso D’Aquino), Carlo di Valois (che ebbe un ruolo topico nel fomentare l’uso delle armi e l’anarchia in Firenze), Carlo II D’Angiò (che mandò in moglie l’ancor giovanissima figlia Beatrice ad Azzo VIII D’Este, in cambio di una somma di denaro), arrivando a Filippo Il Bello, mandante del delitto di “lesa maestà” nei confronti di Papa Bonifacio VIII (fatto ascritto negli annali di Storia come “Lo schiaffo di Anagni”), nonché mandante dell’efferato delitto di persecuzione e scioglimento dell’Ordine dei Templari. Il biasimo per la violenza e l’avidità che Ugo Capeto indirizza al suo postero e successore Filippo IV, è, ovviamente, musica per le orecchie del fiorentin, nel Purgatorio, itineranteVate. Ugo Capeto si rivolge ancora a Dante, dicendogli che le anime dei prodighi e degli avari recitano di giorno esempi di povertà e di generosità e di notte, invece, ricordano personaggi che sono stati negativamente famosi a causa di prodigalità ed avarizia: Crasso, Polimestere, Pigmalione, Mida, Acan, Anania, Satira, Eliodoro…

Dante e la sua guida, Virgilio, si son or ora allontanati da Ugo Capeto, allorché il primo ode:

“come cosa che cada/tremar lo monte; onde mi prese un gelo/qual prender suol colui ch’a morte vada”

La montagna del Purgatorio è quindi violentemente scrollata da un sisma, intanto che le anime di tutte le cornici intonano in coro “Gloria in excelsis Deo”. I due poeti si bloccano e restano immobili e sospesi. Quindi riprendono la loro marcia. Dante vorrebbe sapere il perché di quel terremoto, ma non ha l’ardire di domandarlo a Virgilio. Più tardi saprà che un’anima ha finito di espiare in Purgatorio ed è ascesa al Paradiso. Vale a dire che il fenomeno si ripete ogni volta che quest’ultimo evento si verifica.

*

Filippo IV di Francia

(Filippo Il Bello “Le Bel” “Capeto”)

(Fontainebleau, 1268-Fontainebleau, 29 novembre 1314)

 

Filippo salì al trono di Francia a 17 anni, alla morte del padre, nel 1285 e regnò fino alla sua morte.

Rampollo della genealogia dei Capetingi, Filippo vide i propri natali nel Palazzo di Fontainebleau. Nipote di Luigi IX, figlio del Re Filippo III L’Ardito (o “L’Audace”) e di Isabella D’Aragona.

Fratello di Carlo di Valois. Filippo fu soprannominato “Il Bello” per il suo avvenente aspetto.

Regio enfant gaté, già nella sua adolescenza manifestò cospicui prodromi di crudeltà, egoismo e cinismo. Come Re, Filippo, consacrò una larga porzione della sua esistenza ad un’azione di assestamento e di potenziamento della monarchia, che lo portò ad avviare un’opinabile e controversa struttura burocratica, che defilava, invero, una vigorosa, tetragona ed adamantina autocrazia. Un anno prima di ascendere al trono, Filippo sposò Giovanna I, Regina di Navarra. Era il 16 agosto 1284. Connubio, questo, estremamente topico in ambito territoriale, considerando che Giovanna, tra l’altro, era pure Contessa di, ovvero regnava anche su Champagne e Brie, regioni contigue all’Ile-de-France, che si fusero ai possedimenti del Capetingio Monarca, con il risultato di un immenso regno. Filippo, con spregiudicato ed individualistico utilitarsismo, dilatò in questo modo, rapidamente, a dismisura e gratuitamente, i domini capetingi. Filippo assunse allora il titolo di Re di Francia e di Navarra, fino al 1304, anno in cui Giovanna morì. Da Giovanna ebbe quattro figli: Isabella (la “Lupa di Francia”), Luigi X (Il Litigioso), Filippo V (Il Lungo) e Carlo IV (Il Bello). Il Regno di Francia era, all’epoca dell’ascesa al trono di Filippo IV, assai prospero e vi abitava un terzo della Cristianità Latina, ovvero dai 13 ai 15 milioni di persone. Il novello Re, coadiuvato da un entourage di mentori esperti di diritto (i giuristi), fu il primo sovrano moderno di uno Stato forte e centralizzato. Nondimeno, diverse riforme fallirono. Nell’utopia di controllare il proprio Regno nella sua vastità, il Re non fu capace di gestire con equilibrio le imposte dirette e/o di riorganizzare un’amministrazione ben funzionante. Già nel 1285, vale a dire non appena salì al trono, Filippo si prodigò nella lacerante ed esosa guerra contro l’Aragona (conflitto che aveva prodotto la morte del padre, nel 1291), in sostegno degli Angioini dell’Italia Meridionale, pesantemente e pericolosamente coinvolti nella “Guerra del Vespro” (1282-1303). Il conflitto contro gli Aragonesi si protrasse per un decennio e terminò con il Trattato di Anagni (1295), in virtù dell’imprescindibile e determinante azione diplomatica di Papa Bonifacio VIII. Nel triennio 1294-1296, Filippo occupò con le armi, ovvero violandone i diritti territoriali, la Guienna o “Guyenne” (una delle precipue ragioni di frizione con Edoardo I d’Inghilterra), il Barrois, Lion Viviers. Nel 1296, avendo già inferto un duro colpo agli Ebrei per far fibrillare e per tonificare la languente economia francese, in una congiuntura negativa per il rinnovamento politico delle strutture del regno ed avendo istanza di capitali per la guerra contro Edoardo I, Filippo deliberò, unilateralmente e monocraticamente, l’imposizione di una tassa straordinaria, anche al Clero, ovvero ingiunse un contributo alla Chiesa francese, provocando, così, una prima diatriba con Roma, esulceratasi nel 1301, per l’arrogazione del diritto di giudicare un Vescovo. (*01)

Il 25 febbraio 1296, Papa Bonifacio VIII replicò alla decisione di Filippo con la bolla “ Clericis laicos”. Con questa bolla il Papa inibì al Clero francese di erogare tasse al Sovrano, ovvero ad un’istituzione laica, senza il previo placet pontificio. La bolla reiterava, vieppiù, l’egemonia del potere spirituale su quello temporale e contemplava scomuniche per quei laici che, d’ufficio e coattivamente, avessero reclamato dal Clero l’esazione di indebite imposte. Di fatto, la ricusazione del Clero di Aquitania a qualsivoglia metodo di contribuzione a favore della guerra contro gli Inglesi, diede l’aire al conflitto contro il Papato. Il 17 agosto 1296, Filippo precluse ogni invio di oro e di argento verso Roma, ovvero verso lo Stato della Chiesa. In un primo momento Papa Bonifacio controbatté con la bolla “Ineffabilis amoris”, quindi, paventando rappresaglie, nel 1297, la revocò. Non meno critico, prostrante ed esoso della “Guerra Aragonese”, fu l’attrito con Edoardo I d’Inghilterra (alleato dei Conti di Fiandra), che raggiunse il parossismo, ovvero divenne conflitto aperto nel 1294. Questo conflitto vide il proprio epilogo nel 1298, per virtù dell’intercessione spirituale di Papa Bonifacio VIII (Trattato di Montreuil 1299, siglato da Filippo Il Bello e da Guy, Conte di Fiandra). Nel corso di questa guerra, nel 1297, per castigare i Dampierre (*02), …

 

(*02) Famiglia francese che ebbe tra i suoi maggiori esponenti GUY (1225-1305), Conte di Fiandra, che combatté contro Filippo Il Bello (da quest’ultimo proditoriamente ed abiettamente attirato in trappola a Parigi nel 1300, dopo la firma del Trattato di Montreuil, imprigionato, esautorato e sostituito da un governatore d nomina reale), sostenuto da Edoardo I d’Inghilterra. Guy, con il bieco inganno, fu sopraffatto ed i suoi possedimenti furono coattamente ed illegalmente fagocitati dall’avida Corona francese, sia pure per un esiguo lasso di tempo.

 

…alleati di Edoardo I, il Bel Capeto invase le Fiandre, occupandole ed usurpandole con inquietanti prepotenze, nonché con asprissimi e vergognosissimi abusi di potere, il che egli continuò a fare anche altrove, al fine di procacciarsi i capitali ed i mezzi inderogabili per condurre le proprie imprese di violazione dei diritti dei popoli. Nondimeno, a posteriori del citato Trattato di Montreuil, per quel che concerne l’Inghilterra, si trattò di una situazione di stand-by, la quale approdò ad un’apprezzabile normalizzazione nel 1308, grazie al regal imenèo tra Edoardo II d’Inghilterra e la figlia di Filippo IV, Isabella di Francia. Papa Bonifacio VIII aveva auspicato questo matrimonio già nel 1298. Tuttavia, illo tempore, non se ne fece nulla a cagione del veto di Edoardo I, il quale trapassò nel 1307 lasciando, di fatto, via libera alle nozze. Tra il Trattato di Montreuil (1299) e le nozze tra Edoardo II ed Isabella di Francia (1308), contro la Francia, a questo punto prostrata e lacerata dal conflitto, si sollevarono in armi le Fiandre, le cui milizie urbane infersero a Filippo una storica e catastrofica débacle a Courtrai (Battaglia “Degli Speroni d’oro” “Guldensporenslag”-Piana di Groninga-Kortriyk-Fiandra, 11 luglio 1302). Molto presto, nell’umida bruma, nella fioca luce dell’alba incipiente, di quel 18 maggio 1302, i Fiamminghi, a Bruges, massacrarono 3.000 soldati francesi, innocenti vittime della crudele ambizione e della famelica cupidigia del loro stesso, scellerato Sovrano. Nondimeno, il Barbaro Capetingio (perché questa è la sua schiatta) cinicamente gioì di una sua vanitosa, superba, orgogliosa rivincita, guidando personalmente la cruentissima battaglia di Mons.en-Pucelle/Pélève (1304), a cui seguì il Trattato di Athis-sur-Orge (1305), in virtù del quale il Capetingio si annetté le città di Bèthune, Lilla e Douai. Furono barbaramente trucidati 80.000 Fiamminghi, che si immolarono stoicamente, sublimando il loro martirio per la libertà, l’autonomia, i diritti e l’onore della propria gente.

 

(*01) Ottobre 1301.

Sotto il Nobile Pierre Flotte(^) (caduto combattendo contro i Fiamminghi), Giurisperito, Guardasigilli e Gran Cancelliere di Filippo IV, …

 

(^) Pierre Flotte fece spesso riferimento al “legum doctor” Azzone da Bologna “1150-1225”, uno dei più grandi giuristi-glossatori medioevali, ovvero fece spesso riferimento al suo principio “rex in regno suo est imperator”, al fine di costituire il pilastro fondamentale per lo Stato moderno di Francia. Parimenti e per lo stesso motivo, fece riferimento anche al Domenicano, giurista e filosofo, Jean de Paris “Paris 1260-Bordeaux 1306”, il quale ricusava qualsiasi vassallaggio del Sovrano al potere temporale del Papa e prefigurava il conferimento al Sovrano di poteri anche in materia religiosa.

 

…lavorava un partito antiguelfo, con il quale collaborarono i fuoriusciti Colonna. Riesplosero i dissidi sulle immunità ecclesiastiche. Le difficoltà economiche della Francia furono l’incontrovertibile motivo della tenzone tra Filippo IV e Papa Bonifacio VIII (Bonifacio in questo anno fondò l’Università di Avignone), tenzone che si esacerbò quando Filippo fece arrestare il legato pontificio, il Vescovo di Senlis Pamiers, Bernard Saisset, tacciandolo di eresia e tradimento. Bonifacio VIII intervenne nelle questioni interne francesi, richiamando a Roma i vescovi gallicani, gli abati, i canonisti, i rappresentanti dei capitoli (ante promotionem nostram, 5 dicembre 1301). Nella bolla sincrona “Ausculta Fili…” stigmatizzò il rivale, avvertendolo: “…extra ecclesiam, nemo salvatur. Constituit Nos Deus super reges et regna”! Nell’entourage di Pierre Flotte esercitava Pierre Du Blois, Normanno, avvocato reale a Coutances, politologo, protopubblicista, autore di una « Summaria brevis et compendiosa doctrina felicis expeditionis guerrarum ac litium regni Francorum”, databile al 1300. Du Blois aveva in mente la “Monarchia Universale Francese”. Primo passo: Sua Maestà rimuova il Pontefice dagli Stati Romani; rivolga i suoi interessi alla pingue Lombardia; alloghi Suo fratello Carlo di Valois (*03) sul trono costantinopolitano, facendogli impalmare l’ereditiera; …

 

(*03) Carlo di Valois, Conte di Valois dal 1286, Conte di Angiò e del Maine dal 1290, Conte di Alençon dal 1291 e Conte di Chartres dal 1293 fino alla sua morte. Fu inoltre Imperatore consorte titolare dell’Impero Romano d’Oriente dal 1301 al 1308 e Re titolare d’Aragona dal 1283 al 1295.

Nel 1283 il tredicenne Carlo fu designato da Papa Martino IV a succedere sul trono di Aragona, a Pietro III d’Aragona, esautorato e colpito da scomunica quello stesso anno. Nel 1290 il matrimonio con Margherita d’Angiò gli permise di entrare in possesso delle Contee d’Angiò e del Maine, costituenti le doti della moglie. Carlo, dopo poco tempo, prese in moglie Caterina di Courtnay, figlia di Filippo I di Courtnay (a sua volta figlio dell’ultimo Imperatore Latino di Costantinopoli, Baldovino II), cercando una rapida corsia preferenziale verso il trono dell’Impero Romano d’Oriente, potendo Caterina rivendicarne i diritti. Durante la guerra che si stava aspramente combattendo in Sicilia, tra Aragonesi ed Angioini, il Papa Bonifacio VIII si valse a sensibilizzare il Re di Francia, Filippo Il Bello che, nel 1301, inviò un esercito al comando del fratello Carlo di Valois. Carlo, giunto in Italia col suo esercito, intervenne a Firenze nel tentativo, almeno ufficialmente, di riportare la pace tra i Guelfi Bianchi e Neri. Egli favorì i Neri, mettendo al bando i Bianchi dalla città (tra questi Dante) nel 1301. Carlo, poi, novello, truculento Attila, bruciando, depredando e saccheggiando, proseguì la marcia verso la Sicilia con un palese piano di conquista, ma la malaria e la paura di un attacco da parte del Re Aragonese di Sicilia, Federico, lo fecero abdicare al suo intento. Carlo di Valois intervenne ancora in Italia, nel 1308, quando, alleato di Venezia, si trovò coinvolto nella lotta di successione del Marchesato di Ferrara, dopo la morte del Marchese Azzo VIII d’Este.

 

…soccorra il cugino Alfonso de la Cerda, mirando agli insediamenti spagnoli; guardi all’Ungheria ed alla Germania (*04); . …

 

(*04) Carlo di Valois, con il patrocinio del fratello Filippo Il Bello, nella loro nefanda e comune logica di espansione territoriale, di usurpazione e di conquista, tentò di raggiungere il Soglio Imperiale d’Asburgo, sia dopo l’assassinio di Alberto I (1308) sia dopo la morte di Arrigo VII (1313), ma non vi riuscì.

 

…all’interno acquisisca il monopolio reale sulle giurisdizioni “usurpate” dalla Chiesa. Basta non paventare anatemi. Si riporti la Casa di Lussemburgo sul trono imperiale (*05); …

 

(*05) Secondo questo piano il Regno di Arles doveva essere donato a Carlo di Valois, ma il Re di Napoli e Conte di Provenza, Roberto Il Saggio, fece, per fortuna, abortire il piano.

 

…si mantenga l’ordine nella Fiandra (*06).

 

(*06) Carlo di Valois morì nel 1325, anno in cui aveva guidato l’esercito per reprimere ferocemente nel sangue alcune sedizioni, proprio nell’irredentista Fiandra.

 

Alla bolla “Ausculta fili…” Filippo Il Bello replicò convocando (1302) gli Stati Generali (Clero, Nobiltà e Borghesia) nella chiesa di Notre-Dame di Parigi, dove fu letta la dichiarazione di indipendenza della Francia e dei suoi Re al cospetto del potere spirituale. Anche il Clero francese votò a favore del Re. Per quel che concerne Bonifacio VIII, egli, con la notissima bolla “Unam Sanctam” del 1302, riaffermò l’assunto dell’egemonia della Chiesa sul potere civile. Filippo IV, scomunicato (1303), si oppose con efferata risolutezza e reagì postulando un processo per eresia e per infirmare l’elezione di Bonifacio VIII, ovvero inviando il suo machiavellico Longa Manus, il

Cancelliere Guglielmo di Nogaret a Roma, a capo di alcuni soldati, per intimare al Pontefice, con la complicità del sordido Sciarra Colonna, di revocare la bolla pontificia “Super Petri Solio” che conteneva la scomunica. Il Papa fu sorpreso ad Anagni e, catturato coattivamente (*07) “Schiaffo di Anagni”, fu recluso nel profanato Palazzo di Anagni. I due sacrileghi aguzzini cercarono di costringerlo, oltre che ad abiurare la bolla, anche ad abdicare. L’episodio fu risolto da una sedizione popolare degli indignati ed inferociti cittadini di Anagni, che liberarono Bonifacio VIII. …

 

(*07) Lo “Schiaffo di Anagni”, talvolta citato anche come “Oltraggio di Anagni”, è un episodio occorso nella cittadina laziale il 7 settembre 1303. Si tratta, invero, di uno schiaffo materialmente dato dall’empio Sciarra Colonna all’anziano ed inerme Pontefice, Bonifacio VIII. L’oltraggio riempì di sdegno anche molti avversari della politica di Papa Bonifacio VIII, come Dante Alighieri, che considerò l’irriverenza come rivolta a Cristo stesso. L’episodio fu cantato da Dante nella sua Divina Commedia: Purgatorio, XX, 85-90:

 

“ Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto,

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

e nel vicario suo Cristo esser catto.

Veggiolo un’altra volta esser deriso;

veggio rinovellar l’aceto e ‘l fele

e tra vivi ladroni esser inciso.”

 

Dante estrinsecò sempre una pesantissima valutazione sia sull’aspetto etico sia sul comportamento

politico di Filippo IV, che, per immane dispregio, non menzionò mai nella Commedia con il suo nome, ma esclusivamente con l’interminabile teoria dei suoi “peccati”. Lo descrisse come “novo Pilato” (Pg. Xx, 91), poiché, come Pilato si lavò le mani della condanna di Cristo, nello stesso modo Filippo ebbe l’impertinenza di professarsi alieno dall’infamia di Anagni.

 

…Nel 1303, morto Bonifacio VIII, Filippo IV impose il proprio controllo sul Papato e non trovò resistenza nella persona del Papa successore, Benedetto XI, il quale cassò tutte le scomuniche del suo predecessore. Il 2 aprile 1305, nel castello di Vincennes, morì la Regina Giovanna I di Navarra, moglie di Filippo IV ed il Vescovo di Troyes, Guichard, venne ignobilmente tacciato di aver fatto morire la Regina con la stregoneria ed il sortilegio. Morto anche Benedetto XI (viene lecito chiedersi se Bonifacio e Benedetto non siano stati “aiutati” a morire), Filippo IV si adoperò con gran magistero per far eleggere Papa un Francese, l’Arcivescovo di Bordeaux, Bertrand de Got, Clemente V, che, nel 1309, assecondando l’istanza del Tiranno di Francia, trasferì la Santa Sede, ovvero la Curia, ad Avignone. Iniziò così la “Cattività di Babilonia”. Il Pontefice perse gran parte della sua autorità, divenendo uno strumento passivo della Francia, così da esser tratteggiato come “Cappellano del Re di Francia”! Dante Alighieri, nella sua Divina Commedia, in seno ad una celebrazione nel Paradiso Terrestre pregna di allegorie, velatamente descrisse Filippo come “gigante” che “delinque” con la Curia, con patente antifona ai mutui privilegi, di diversa natura, formalizzati tra la Curia del Francese Clemente V e la Monarchia di Francia ( Pg. XXXIII, 45). Filippo si valse ad ottenere la revoca parziale della Bolla “Unam Sanctam” e l’istituzione di un processo post-mortem a Bonifacio VIII (mai portato a termine). Continuamente costretto a far fronte ad ingenti spese, Filippo IV pensò di rifarsi alterando le monete (Maltote), perseguitando (1306 e 1311) gli Ebrei ed i Lombardi (Mercanti Italiani) ed inglobando illecitamente gran parte dei beni del ricchissimo Ordine dei Templari, di cui era fortemente debitore. Il potentissimo Ordine dei Templari, che aveva precedentemente respinto una domanda di ammissione all’Ordine presentata dal “postulante” Filippo IV Il Bello, fu oggetto di detrazioni, di accuse false e travisate, ovvero di accuse di empietà. Contro questi ultimi, particolarmente, Clemente V, “il Papa non Papa”, fu lo strumento di cui Filippo Il Bello si servì per porli sotto accusa nel 1312 e per poi destituirli dei loro patrimoni nel 1314. Alcuni dei Capi Templari, mendacemente tacciati di stregoneria e di idolatria, furono mandati al patibolo, con il placet di Clemente V, in particolare il Gran Maestro Jacques de Molay, nel 1314. Nella Divina Commedia, Dante Alighieri adombrò Filippo IV come colui il quale introdusse “senza decreto,/…nel tempio le cupide vele” (Pg. XX, 91-93), il quale, vale a dire, anticipando, dolosamente e motu proprio, il decreto apostolico del 1312, unico atto che potesse legalmente sancire (ferma restando la strumentalizzazione di potere) lo scioglimento dell’Ordine dei Templari, ordinò le sevizie ed il massacro di un vastissimo numero di Cavalieri, ovvero l’arresto e la taccia di eresia financo del già citato Gran Maestro Jaques de Molay e la conseguente confisca-depredazione dei beni templari. Lo scandalo che coinvolse le nuore di Filippo IV, detto “ de la tour de Nesle”, tacciate di adulterio, deflagrò nello stesso anno ed incise segnatamente l’epilogo del turpe regno dello stesso Filippo. Gli amanti furono giustiziati. Filippo morì il 29 novembre 1314, nel corso di una battuta di caccia (*08) (secondo alcuni Storici, invece, a causa di una grave malattia sconosciuta) e fu seppellito nella Necropoli Reale della Basilica di Saint-Denis, dov’è conservato tutt’oggi un suo sarcofago. Gli succedette il figlio Luigi X di Francia.

 

(*08) In alcuni versi del “Pd. XIX, 118-120”, Dante riportò l’accusa contro Filippo IV di coniare falsa moneta, vale a dire di far coniare monete d’oro con un titolo più basso di quello dichiarato (mistificatoria istanza derivante dalle cospicue spese sostenute nella guerra contro le Fiandre). Nello stesso contesto Dante riportò la dinamica della morte di Filippo, caricato da “…colpo di cotenna”.

La “cotenna” è la pelle del cinghiale e, per estensione semantica, il cinghiale stesso. Filippo, tuttavia, non ebbe pace neanche da morto, poiché durante la Rivoluzione Francese, ad evidenziare l’odio del suo stesso popolo, alcuni sconosciuti si introdussero in Saint Denis, tempio parigino, i quali si recarono alla tomba che racchiudeva il sarcofago del Sovrano, riesumarono i resti e li scaraventarono con disprezzo in una fossa, chiudendola poi con della calce.

 

“Lì si vedrà il duol che sovra Senna

induce, falseggiando la moneta,

quel che morrà di colpo di cotenna.”

*

La Francia durante il Regno di Filippo IV Il Bello

 

« Qui ventum seminabunt et turbinem metent »

Proverbio relazionato ad Osea, Profeta Ebraico (Cap. VII v.7-Libro di Osea)

Osea intende rammentare a chi fa del male, che riceverà in cambio un male maggiore.

 

Filippo Il Bello regnò dal 1285 al 1314, ne consegue che l’anno centrale del suo regno fu il 1300.

Come già enunciato, Filippo ereditò un Regno assai prospero, ma, appena salì al trono, la situazione generale iniziò a degenerare. Tale degenerazione subì una catalizzazione proprio a partire dal 1300.

L’etica, durante questo periodo, fu caratterizzata da una degradazione globale. Degenerazione dei costumi, adulterio, frode e cattiveria erano molto estesi tra i ceti più elevati della società. Nei ceti meno abbienti, anzi popolari, era comunissimo trovare contraffattori, lestofanti, profittatori, clochard, nomadi, che durante il giorno popolavano le vie urbane, ma che, durante la notte, a Parigi, trovavano ostello nel nascente Astro della Corte dei Miracoli. “La Cour des Miracles” era il vetusto quartiere circoscritto da « Rue du Caire » e da « Rue Réaumur », oggi Secondo Arrondissement. I lestofanti ed i clochard si impadronirono di questo quartiere ed assunsero il vezzo di nominarne un Monarca. “La Cour” fu definita “des miracles”, poiché le fasulle invalidità e malattie dei clochard, qui, di notte, taumaturgicamente guarivano. In questo luogo di menzogna, di abietti tradimenti, di assassinii e di spergiuri di ogni sorta, ovvero in questo luogo dove l’uomo dimostrò di aver smarrito ogni sentimento morale, in questo luogo i gitani ammaliavano gli “indigeni” con prestigi e sortilegi, tentando, in questo modo, di procacciarsi qualcosa per campare e, sovente, depredando e turlupinando i malcapitati. La Corte dei Miracoli, un posto torvamente arcano, dove si rifugiavano le peggiori risme di manigoldi. La Corte dei Miracoli: un grande melodramma dove collidevano le forze del bene e del male. La pedicazione era divenuta costume diffuso e consolidato, parimenti al meretricio ed all’infedeltà coniugale. Era divenuta una prassi ormai conclamata, ovvero una consuetudine, la realtà che Dignitari di Corte, uomini e/o donne, a qualsiasi livello, avessero amanti. I legami matrimoniali rientravano nella logica delle questioni di Stato e, per quanto riguarda l’amore ed il sesso, ci si poteva indirizzare altrove. Le Donne di Corte non erano inferiori, in questo, ai loro consorti. Le Dame, invero, giungevano a farsi formalmente vanto delle loro tresche erotiche. Anche il Clero, in compagnia della Classe dei Mercanti, svolgeva un ruolo notevole in questo senso. Nel 1301 apparve una cometa, contemplata come foriera di terribili sventure.

Nel 1313 un’immane carestia flagellò la Francia. Nel 1314, anno della soppressione dell’Ordine dei Templari e della morte sulla pira del loro Gran Maestro Jacques de Molay, esplosero gravissime pandemie di dissenteria. Le campagne si svuotarono delle loro popolazioni e si gremirono di arbusti, rovi, ovvero divennero selvaggiamente brulle ed incolte. Altresì si disseminarono di carogne di animali morti. Le strade rurali, ancor più di quelle urbane, erano divenute insicure e vi regnava la violenza, ovvero gli istinti selvaggi vi lasciavano adito a rapina e sangue. Iniziò la peste, la quale raggiunse il parossismo nel 1320-1321. Di ciò vennero accusati gli Ebrei ed i lebbrosi, molti dei quali arsi vivi. Il 1314 si concluse, 29 novembre, con la morte dell’abietto tiranno: Filippo IV Il Bello, proprio poco dopo la morte di Nogaret e di Clemente V. Il 1315 iniziò con piogge torrenziali e tempeste, talmente cospicue che i più pensarono ad un imminente Diluvio Universale. La carestia si accentuò e si arrivò persino a casi di antropofagia. Nel 1316 morì il primo dei figli di Filippo IV, Luigi X, dopo soli due anni di regno. Il breve regno di Luigi X non fu particolarmente degno di nota. Questo esiguo periodo fu contrassegnato dall’incessante agone tra le fazioni nobili. Tutto lasciò e lascia pensare al verificarsi del vaticinio proferito sul rogo dal morente Gran Maestro Jacques de Molay, il quale profetizzò che poco dopo la sua morte sia Filippo sia i suoi discendenti lo avrebbero seguito nella tomba:

ET FACTUM EST!!!

Come già enunciato, la Francia, in questo periodo, si era trasformata in una « Sodoma e Gomorra » ! Volendo assumere come incontrovertibile postulato il motto latino “Caput imperare, non pedes!” (E’la testa a comandare, non i piedi), va ricercato in Filippo IV Il Bello il maggiore, se non l’unico responsabile di questa dolorosa e travagliata fase storica, nonché delle sue conseguenze.

Secondo La Bibbia, Dio distrusse Sodoma e Gomorra a causa della corruzione dei costumi delle loro popolazioni (Genesi-19). “Sodoma e Gomorra” è divenuta un’espressione il cui significato allegorico è: “sodomia, omosessualità, corruzione, decadimento morale ed umano.” Proprio ciò che occorse nella Francia “Filippina”. Fu proprio un Poeta Francese nel XIX secolo, Alfred de Vigny,

nella poesia “La colère de Samson”, a darne una parziale definizione: “ La Femme aura Gomorrhe/ et l’Homme aura Sodome” (La donna avrà Gomorra *lesbismo* e l’uomo avrà Sodoma *pedicazione*). Filippo IV Il Bello, verosimilmente, aveva commesso un grande errore: Si era rinchiuso nella sua “Turris Eburnea”, ovvero nel “Misoneismo”! Misoneismo intriso di vanità, presunzione, orgoglio, egoismo, a tal punto da non comprendere che stava sfidando e profanando “Il Sacro” e “L’Intangibile”, ovvero “Il Vicario di Cristo in Terra” ed “I Drudi del Santo Sepolcro

in Terra Santa”!

*

Templari

 

I Templari (alle origini vi fu un piccolo gruppo di Cavalieri in quel di Gerusalemme “1118”),

furono Cavalieri dell’Ordine Religioso-Militare del Tempio, ufficialmente istituito da Ugo Di Payns nel 1119, a Gerusalemme, con l’obiettivo di presidiare i Luoghi Santi e di assicurare l’incolumità dei Fedeli Cristiani che si recavano in pellegrinaggio al Santo Sepolcro, conquistato dai Crociati. Come Ordine Religioso-Militare, i Templari fusero gli ideali di cavalleria e di spiritualità monastica. Il nome origina da Christi Militia, trasformato in Militia Templi o Fratres Militiate Templi, a posteriori del trasferimento nel Palazzo Reale di Gerusalemme, presso il Tempio di Salomone. I Membri dell’Ordine accettavano i voti di obbedienza, di castità e di povertà e venivano distinti in: Cavalieri, Sacerdoti-Cappellani, Scudieri-Inservienti. I Templari rispettavano una condotta di vita giusta una regola propria, redatta nel 1128 (in questo stesso anno l’Ordine fu riconosciuto da Onorio III) sul modello di quella dei Monaci Cistercensi, fatta ratificare da S. Bernardo di Clairvaux al Concilio di Troyes. A capo dell’Ordine, che nel 1139 fu sottoposto a diretto controllo papale, vi era un Gran Maestro, elettivo. L’insegna dei Templari era una croce rossa su veste bianca per i Cavalieri, su veste nera per gli altri. L’Ordine era organizzato in province (tre orientali e sette occidentali) e costituiva una sorta di Stato sovrano senza territorio, ma ricco di beni sparsi, destinato istituzionalmente a raccogliere e a veicolare in direzione della Terra Santa, uomini e denaro. I Templari, diretta espressione del movimento crociato, assiduamente ed indefessamente impegnati nelle guerre contro i Musulmani, ebbero particolare rilievo nelle battaglie di Acri (1189), Gaza (1244), Al-Mansura (1250). Propagatisi in numero, molto rapidamente, sull’intero continente europeo, a motivo della loro potenza e della loro ricchezza ed avendo un ruolo topico nelle transazioni commerciali con l’Oriente (si erano stabiliti a Cipro dopo la caduta di S. Giovanni d’Acri, ultimo baluardo crociato in Terrasanta) suscitarono ben presto l’invidia e la gelosia di molti nefandi ed inetti Sovrani. L’avido Re di Francia, Filippo IV Il Bello, bramoso di depredare le ricchezze dei Templari, tacciandoli falsamente di blasfemia ed altro, fece abolire l’Ordine dal suo abietto “Pupo”, il Papa Francese Clemente V (Concilio di Viennes, 1312). Filippo IV avocò a sé (il processo si protrasse dal 1307 al 1314) tutti i patrimoni dei Templari e martirizzò gli appartenenti all’Ordine con atroci sevizie e condanne alla pira. Tra questi ultimi il Gran Maestro, l’ultimo, Jacques de Molay (Molay 1243-Parigi 1314). Quando de Molay fu eletto, sull’Ordine aleggiava già, nefastamente, lo spettro della repressione e della soppressione. Filippo Il Bello, tramite Clemente V, lo chiamò a Parigi e lo fece proditoriamente arrestare con l’accusa di idolatria.

Con lo stratagemma di voler dibattere l’unificazione dell’Ordine del Tempio con quello dei Cavalieri Ospitalieri, disegno ricusato da ambo gli Ordini, Papa Clemente V invitò il Gran Maestro Templare, Jacques de Molay, dalla protetta dimora di Cipro, a Parigi. Venerdi 13 ottobre 1307, Filippo di Francia fece arrestare Jacques de Molay e tutto il suo entourage, che comprendeva il cerchio interno dell’Ordine Templare. Contestualmente, con un’operazione a sorpresa, allestita minuziosamente, Filippo si valse ad imprigionare la maggior parte dei Templari residenti sul suolo francese. L’addebito, “…eccessivamente spaventoso da parafrasare. Delitti abominevoli, turpitudini aborrevoli, efferatezze blasfeme, etc…”, è di “aver arrecato a Cristo vilipendi più turpi di quelli

patiti sul Calvario”. La dichiarazione di eresia fu pronunciata dal Responsabile dell’Inquisizione di Francia, Guillaume de Paris, in ottemperanza all’ordine di Clemente V, il Papa eletto con il subdolo patrocinio di Filippo IV Capeto. I giudici ottennero le confessioni mediante tortura, confessioni che servirono Filippo IV per realizzare i propri progetti. Prima dell’esecuzione della condanna a morte, de Molay riuscì a protestare la sua innocenza al cospetto di tre cardinali, tuttavia Il Capeto fu irreversibile sulla sua decisione. Così l’ultimo Gran Maestro Templare morì sul rogo: era il 18 marzo 1314.

*

“Omnia mea mecum porto”

 

Si tratta di un aforisma latino che Cicerone (Paradoxa 1,1,8) ascrive ad uno dei “Sette Savi”, ovvero a Biante di Piene (VI Secolo A.C.). Letteralmente sta a significare: “Tutte le mie cose le porto con me” o, per estensione: “Ogni cosa che in me c’è di buono, la porto con me!” o, ancora: “La vera ricchezza è quella dello spirito”. L’aforisma è stato ascritto pure al dialettico megarico Stilpone (Maestro di Zenone di Cizio, con cospicua incidenza sull’indirizzo stoico), il quale, allorché Demetrio il Poliorcete, conquistando Megara, gli chiese se avesse dimenticato qualcosa, replicò: “Niente! Tutte le mie cose le ho con me!” (Seneca: Epistulae Morales, 9 18-19). Ed ancora, la paternità della frase viene attribuita anche a San Paolo il quale, ascrivendole una semantica aulicamente etica, enuncia che la santità si edifica sulle esperienze mondane che ciascuno reca seco. Allegoricamente, la semantica dell’aforisma può essere parafrasata in questo modo: “Le sole cose che invero ci appartengono sono: la nostra dignità e la nostra intelligenza.” Questi due valori sono verosimilmente tra i più topici di quelli che un essere umano possiede. Sono i valori inconfutabilmente ed inderogabilmente necessari per condurre un’esistenza all’insegna della giustizia e dell’onestà, sia nei confronti del prossimo sia nei confronti di sé stessi. Perché parafrasare questo aforisma? Perché “Filippo IV Il Bello”, di “Bello” verosimilmente aveva soltanto il sembiante esteriore, ma, anagogicamente, era l’ipostasi della più esatta antitesi dell’inclito aforisma.

*****

Percy Bysshe Shelley

Un Romantico che voleva cambiare il mondo

 

Prefazione

 

Il Dizionario De Mauro Paravia, al lemma “Saggio”, recita così:

-“Opera breve e sintetica in prosa, condotta in modo OGGETTIVO e RAZIONALE, su un argomento scientifico, filosofico, politico, letterario…”

Ho evidenziato gli aggettivi OGGETTIVO e RAZIONALE, perché questo saggio è composto di tre parti:

-La prima, consistente in un’epigrafica nota biografica di Shelley, basata su oggettivi dati storico-letterari conosciuti;

-La seconda “Profilo psicologico di Shelley” e la terza “L’irrequietezza di Shelley”, basate su sensazioni, speculazioni ed ipotesi mie SOGGETTIVE, che scaturiscono dall’idea che mi sono fatto

di Shelley leggendolo. Ergo, non c’è alcun riscontro a quanto da me congetturato.

Il saggio, sia nella sua struttura sia nella sua impronta lessicografica, si presenta dolosamente in maniera eterodosssa, come eterodosso era il suo protagonista.

Leggendo attentamente si troveranno talora analèssi, paradossi ed ossimori psicologici ed esistenziali di Shelley, usati, appunto, per enfatizzarne l’umana incoerenza, almeno secondo me.

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Nota biografica di Percy Bysshe Shelley

 

Percy Bysshe Shelley, precipuamente in quanto letterato, subì in modo cospicuo i riverberi ed il

glamour dell’Età dei Lumi. Fu apologeta di una dialettica anti-conservatrice ed altresì un patente iconoclasta del conformismo politico-religioso inglese. Il suo spirito anarchico fu grisou di

detrazione vita natural durante. Tuttavia venne contemplato come un’icona dai poeti immediatamente successivi, compresi i Vittoriani. La sua melica, dai parossismi infuocati ed istintivi, può essere considerata come lo stereotipo per antonomasia del Romanticismo.

Di questa Corrente, soprattutto in area anglofona, fu ritenuto uno dei più aulici esponenti.

Venne al mondo nella Contea del Sussex, esattamente a Field Place (Warnham), nel 1792.

Figlio primogenito di Timothy Shelley e di Elizabeth Pilfold Shelley. Suo padre Timothy era un deputato Whig, conformista, della corrente politica del Duca di Norfolk. Il Reverendo Evan Edwards, parroco di Warnham, fu tra i suoi primi pedagoghi, peculiarmente in idiomi classici.

In ambito domestico, le sorelle Elizabeth e Mary, furono particolarmente influenzate e rapite dalle sue narrazioni di carattere occulto-esoterico. Più tardi, ad Isleworth, seguì lezioni presso la Syon House Academy. Si mise subito in evidenza per il suo poliedrico DAIMON e per la sua plasticità mentale. Tuttavia, ritenne gli istituti di insegnamento dei veri e propri luoghi di cilicio ed iniziò a consacrare, in proprio, molto tempo all’approfondimento della filologia gotica. Nondimeno, ìncliti Pàntheon della cultura, quali Eton ed Oxford, furono un “real must” per un “highbrow” del suo calibro. Da Oxford, infine, venne messo al bando, in quanto aveva redatto e divulgato un pamphlet apologetico sull’ateismo. Correva l’anno 1811 e, in quello stesso periodo, impalmò Harriet Westbrook. Tra le sue singolarità annoverava l’ideale di amore libero e quello di matrimonio aperto, al punto che, quale segno di ospitalità, offrì la moglie Harriet (che rifiutò) all’amico Hogg. Emigrò nel Lake District, dopo reiterate diatribe con il padre, ergo, dopo aver reciso qualsiasi relazione con questi. La sua battage politica pro-Irlanda gli procurò l’abominio del governo inglese. Eliza Ianthe e Charles sono i figli che avrà da Harriet. “Regina Mab”, è questo il poemetto filosofico che edita un paio di anni più tardi. Si tratta di un poemetto in nove canti che riverbera ponderosamente la dialettica socialista di William Goldwin e che verte su assunti quali: Passato, Presente e Futuro. E’ grazie all’incontro con questo dialettico che entra in contatto con la di lui figlia, Mary. E’ il 1814 e con quest’ultima si trasferisce in Svizzera. La sposerà più tardi, a posteriori del suicidio di Harriet. Mary diventerà, quindi, Mary Shelley e, con questo nome, approderà agli allori letterari, quale scrittrice del romanzo gotico “Frankenstein”. “Alastor, ovvero lo spirito della solitudine” (1816). E’ questa l’opera che Shelley compone al suo rientro in madrepatria. Si tratta di una versificazione traslata che si rivelerà, in seguito, essere il vessillifero delle sue creazioni letterarie più rilevanti. Alcuni mesi dopo (estate 1816) i coniugi Shelley tornano in Svizzera, dove conoscono George Byron, artista dal carattere infuocato e passionale. “La rivolta dell’Islam”. Siamo nel 1818. E’ questo un suo poemetto dai contenuti altamente sediziosi ed eversivi. Nel frattempo la coppia era tornata in Inghilterra da dove, a questo punto, dovette esodare irremeabilmente. La sua terra natale lo abiurò. La società borghese e conformista gli diede l’ostracismo, in ragione delle sue teorie massimaliste e di un modus vivendi eterodossamente singolare. Nel quadrienno successivo si sposta particolarmente in ambito italiano. Qui conosce Leigh Hunt, di cui diventa amico. Sempre in ambito italiano, ha la possibilità di continuare a frequentare, ancor più assiduamente, l’ormai grande amico Lord Byron. Mancavano 27 giorni al compimento del suo trentesimo compleanno quando morì annegato. Stava terminando una gita in barca, in direzione Lerici, quando un’estuosa procella(*) rovesciò l’imbarcazione al largo di La Spezia.

La sua salma e quella del suo amico e compagno di gita Edward Williams furono ritrovate presso Viareggio. Le loro spoglie furono bruciate sull’arenile del ritrovamento, sotto gli occhi umidi e commossi dei loro amici Byron e Hunt. Soltanto diverso tempo dopo l’avello di Shelley sarà traslato nella Città Eterna. Gran parte della critica letteraria lo inserisce nel Gòtha del Parnàso inglese, particolarmente in virtù delle sue epigrafiche odi domestiche, tra le quali: “A un’allodola”, “Ode al vento d’occidente”, “La Nuvola”. Specialmente stimate sono pure le stringate liriche incentrate sull’amore, come pure “Adonais”, elegia funebre a John Keats. La potente poièsi di queste creazioni si rivela pure in “Prometeo liberato” che, nondimeno, si identifica maggiormente nella letteratura poetica e sfumatamene in quella drammaturgica.

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(*) Ho espressamente usato questi due termini, anche se desueti.

Il termine “Procella”, come ben noto, ingloba sia l’accezione di “tempesta marina”sia quella di

“disgrazia”. Proprio ciò che è accaduto.

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Profilo psicologico di Shelley

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Shelley, un uomo ameno, effervescente, un perpetuum mobile. Un lepidottero, anarchicamente schizoide, che incessantemente plana su aulenti corolle di policromi petali e poi si aderge veloce, libero, verso altri, alieni, floreali lidi remoti. Ed ancora, di nuovo, ancora…Dilige essere il clou delle relazioni umane, di ogni dialettica. Eclettico, plastico, la comunicazione è la sua “cup of tea”(*).(*) “To be ones’ cup of tea”-Espressione idiomatica la cui semantica allegorica è: “Essere il punto di forza di qualcuno”.

Aborrisce l’oscurantismo, il conformismo reazionario, come pur l’ignoranza, soprattutto la propria. Deve sempre trasmettere qualcosa agli altri ed è per questo che risulta geniale, amabile. Non gli piace lasciarsi scappare un’occasione. Cerca sempre di mantenere vivi i rapporti, anche nella logica del suo desiderio di riveicolare lo scibile. Sposta tutto. La dinamica è rapporto. Un’iperbole di agitazione. Un’inconfutabile incapacità di rimanere immobile. Rischia continuamente di obliarsi, di obliare il suo corpo e le sue emozioni, a causa della sua rapidità. Usa troppo la testa. Una patente, variopinta, leggiadra farfalla. Le sue dita sono affusolate e spesso dedite alla mima. E’ un poliedrico istrione, perché non scende mai dal proscenio, dall’esistenziale proscenio. Magister artis splendendi. E’ consapevole di essere venuto al mondo per essere un Re. Avverte terebrante l’istanza di ricevere plausi ed ovazioni e se non c’è un vero parterre ad omaggiarlo, rende platea l’entourage domestico (vedi le sorelle). Estremamente affabile, aborrisce la solitudine. Considera il proprio sembiante peculiarmente importante, perché sa che è a ciò che deve ascrivere buona parte dei propri allori relazionali. Sovente tentenna e non ricusa, seppur con orgoglio, i favori del prossimo. Tranquillità, serenità, delicatezza, sono elementi inderogabili per il suo equilibrio interiore anche se, esternamente, si manifesta una realtà ben e molto disomogenea. Esecra la staticità ed è un demiurgo della parola, parola in quanto comunicazione. Esercita un malioso glamour che fa tornare a proprio interesse. Nei suoi rapporti, sovente, è liberale, proclive agli entusiasmi. Con una guasconeria un po’ naif si aderge ad apologeta di cause paradossali o persegue ideali utopistici, cavalcando fantastiche, mostruose chimere. Spesso perplesso. Per converso, spesso, istintivo. Grande permeabilità per le teorie altrui. Rapporto matrimoniale frustrante, destinato ad ineluttabile decozione. Labilità emotiva e corporea. Sarebbe d’uopo che imparasse ad accettare che anche gli altri hanno dei sentimenti. Sentimenti che andrebbero rispettati e non vilipesi. L’egocentrismo ed un iperbolico amor proprio gli fanno spesso obliare questo aspetto dei rapporti umani. Tracima sovente nella spocchia, soprattutto quando declama i propri trionfi. Il suo comportamento da “eterno adolescente” gli procaccia grande notorietà. Tronfio, inaffidabile nei sentimenti ed in amore. Ha una grande passione per tutto ciò che è gioco e la vita, per lui, è “gioco”! Rapporto controverso anche con la prole. Ansioso. Irrequieto. Un fascio di nervi. L’ipostasi di una sinapsi elettricamente schizoide. Un ininterrotto flusso elettrico lungo un ponte protoplasmatico=Comunicazione!

Circondato da un magico alone di fascino nel quale si manifesta, sentimentalmente mira sempre a fastigi sublimi. Molto affidabile e leale nei confronti degli amici, si difende dalle critiche ed è sempre proclive a tenzonare contro qualsiasi iniquità. Nondimeno, in cambio della sua affabilità, ha bisogno di calde manifestazioni di gratificazione. Per contro si sentirà poco amato, indesiderato. Tendenza a defilare i propri sentimenti. Sublimazione o al contrario dispersività in amore. Rischio, avventura, gioco d’azzardo. Intelligenza ed energia si conflano. Un’esagitata energia nervosa lo induce a disperdere le proprie energie in una rapsodia di mille rivoli. L’insofferenza è per lui un handicap (o forse è ciò che lo ha reso grande). E’ sempre pronto a proferire un commento sardonico e/o ad entrare in diatriba polemica. Dovrebbe cercare di fugare l’auto-incensamento. Sarà sempre incline a riportare a tutti i valori della propria utilità personale. Un profondo ed oggettivo discernimento. Di solito capta la verità in ogni situazione. Polarizzato dai teoremi intellettuali, è sempre pronto a vagliare nuove idee e se le trova accettabili, le traduce subito in realtà. Tuttavia accetta raramente le opinioni altrui senza averle enucleate a fondo. Difficile per lui mantenere l’equilibrio nervoso. Memoria mirandoliana. Riformatore radicale del mondo, aborrisce i formalismi. Può contare su amicizie influenti ed ha sempre il fiuto di dove stia girando il vento. A volte è soggetto a sconvolgimenti indesiderati. Ha una vis a tergo elettrica. Grande verve intuitiva. La sua natura lo porta a vendicarsi delle imposizioni subite e si rifugia spesso nella nevrosi per evadere da una realtà vissuta come troppo soffocante. Sindrome schizoide. Fecondità, grandi doti. Personalità assediata da forze occulte. La sessualità è un fattore preponderante. Nel bene e nel male, Shelley ha forti doti magnetiche sugli altri ed un dionisiaco carisma. Il proprio habitat domestico, il luogo e la famiglia di origine, il padre, rivestono una rilevanza topica nella sua vita. Contatto con il pubblico. Rapporti mutevoli. Nec plus ultra negli scritti e negli studi. Si circonda di persone colte. Molta corrispondenza e molti spostamenti. La vita lo sottopone a continue, estenuanti ordalie. Inimicizie ed atti di ostilità. Detrazioni. Amante del gioco. Legami adulterini e relazioni illecite. Eccessiva prodigalità. Latente, ma cinica e grande determinazione nella scalata sociale. ANARCHIA (In quanto paradossale amore per il potere. Accanimento nella ricerca del potere, ostentando disprezzo per il potere!?). Centripetato dall’occulto e dalle risposte singolarmente eterodosse ai problemi della vita. Ha bisogno di varietà in campo sessuale ed ha dei modi non stereotipati anche per quanto riguarda la gestione del denaro. Cambiamenti subitanei di situazione nel settore del denaro proveniente dagli altri. Vagheggia un’alienazione drastica dal proprio ambiente. Morte improvvisa a causa di incidente (Karman ?). Perdita di eredità e-o del patrimonio familiare. Inquietante medianicità e fascino per l’occultismo. Sensibilità parapsichica. Surmenage e passione lavorativi. Intelligenze clandestine. Perspicacia dinamica e capace di usare anche il cuore, vale a dire di partecipare con fervore, di ghermire anche gli aspetti pragmatici e non solo intellettuali della vita. L’impulsività si serve della dialettica per coonestarsi. L’oggettività mentale può essere obnubilata dal desiderio di brillare. La sua vita è una competizione ad ostacoli. Sentimenti contrastanti di fallimento e frustrazione, da un lato, reazione energica alle avversità, dall’altro. Se d’uopo, spirito di malleabilità alle circostanze. Le reminiscenze dell’infanzia suscitano rimpianti. Irrazionalità, pervicacia, sedizione, romantico Prometeo contro qualsiasi forma di norma e-o consuetudine. I flop e le disillusioni germinano dal carattere difficile. Ha il complesso del padre e dell’autorità in genere. Ha un temperamento labile e volubile, bon ton ed un aspetto attraente. Usa spesso la propria ars inveniendi artistica per crearsi un confortevole ambiente domestico. Successo in amore. Grande entropia ontologica, soprattutto per ciò che concerne la casa. Fantasie spesso irrealistiche che tendono ad eclissare la prosa. Ha un’eidetica, estrosa immaginazione artistica ed un grande aplomb. La sua ricettività è disturbata da un parossistico nervosismo. Inquietudini, ansie, scelte sbagliate, scontentezza con accessi atrabiliari. Contraddittoria tendenza a ragionare apaticamente. Mutamenti in campo economico. Disincanti e tendenza alla megalomania. Perspicacia vigorosa, percettiva, pugnace. L’autocritica è utopia. Conclude rapidamente le proprie scelte, sovente megalomani, ergo, con certi risultati. Pervicace ed edonista. Fallimenti accademici dovuti alla tempra. Impossibilità, a volte, di valutare oggettivamente e di interloquire con equilibrio. Ricusa la realtà e le scelte degli altri. Ama ed odia con pari intensità. Ha una fervida immaginazione che estrinseca nell’arte. Ha sete di potere. Iper-emotivo. L’attività erotica è indefessamente intensa, nondimeno la vive sovente con tormento e dolore. Possibile inibizione sessuale. Personalità idealista ed autarchica. Ottimismo di base. Grande impulso verso l’indipendenza ed anticonformismo. Filantropia, grandi ideali e riforma. Immani doti artistiche e esprit gitano. Equilibrio tra le energie. Grande aplomb e grande ambizione. Desiderio di sovvertire i canoni esistenziali e la società. Velleitarismi talora nebulosi. Profondo desiderio di palingenesi politiche e-o mistiche. Vessillifero della propria generazione. Fantasia, immaginazione, estro evolutivo, singolarità del pensiero. Cambiamenti drastici e repentini in ambito ideologico.

 

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L’irrequietezza di Shelley

 

Shelley, un bohémien avant-lettre che ha un grande desiderio di sapere. Un eterodosso che non si vale ad esser vassallo degli stereotipi e della prosa comune. Una mente in perpetua ricerca di sollecitazioni in grado di fornire ossigeno al proprio pensiero. L’irrequietezza che sovente lo permea, è un quid estremamente singolare che non gli consente di “normalizzarsi” e di arrestarsi.

Una grande parte di sé ha bisogno di espansione, di sapere. E’ proprio ciò che gli consente un’immane evoluzione individuale. Enorme è l’istanza di viaggiare, di spostarsi, di maturare esperienze “esotiche”. Sa perfettamente che la sua evoluzione molto dipende da ciò che è considerato “diverso” dall’anodina massa volgare. Forte è in lui la necessità di sentirsi, in qualche modo, un esploratore. Shelley dilige la singolar tenzone con l’inusitato, come fosse una vera e propria emulazione con il mondo ipocritamente conformista, come pur con sé stesso. Ha una proiezione del mondo estremamente soggettiva. Ha comunque dei grandi principi, eterocliti,

nondimeno grandi. E per questi principi è pronto a pugnare masochisticamente, a navigare controcorrente nell’oceano della sua personalissima dialettica esistenziale. Le sue verità, ergo, sono estremamente individuali e soggettive. Tuttavia è mosso da un incendio interno che lo spinge verso diversi obiettivi. E’d’uopo, per lui, alienarsi dalla cruda realtà, in quanto il suo intelletto deve libare l’amplesso con il creato nella sua integrità. La realtà ordinaria è per lui una “cage-aux-folles” come pure lo è ciò che la gente normale pensa. Il suo intelletto formidabile gli consente di intuire ed immaginare come potrà rivelarsi il futuro. Ha una grande luce che sorge dentro di sé e questa luce gli consente di trovare coraggio, speranza, fede. Il suo percorso terreno avrà fine quando avrà trovato il proprio senso di infinito. Shelley, ovvero un genio iconoclasta, ovvero un Romantico incompreso, intrinsecamente, intimamente solo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Published on e-Stories.org on 18.06.2017.

 

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