Gabriele Zarotti

RAGAZZI, SIATE RIVOLUZIONARI. DATEVI ALL'ARTE!



 

        Avrei voluto titolare, in omaggio ad uno dei momenti più vibranti e appassionati de secolo scorso: “Mettete l’ Arte nei vostri cannoni”. Poi ho pensato che sarebbe stato perfetto per gli ultimi trent’anni . Come costruttivo seguito dei favolosi sessanta, anni in cui pure i fiori avevano figli e il futuro ancora sorrideva di speranza. Anche se stava per finire il modernismo e iniziare il suo incerto post. Oggi, invece, a ventunesimo iniziato, la polisemia delle parole potrebbe facilmente dare adito a fraintendimenti. Soprattutto ad associazioni conservatrici e anche un po’ reazionarie. Visto che stimolare artificialmente la fuga dalla realtà non è più contestazione, ma costume abituale.

        E adesso, archiviato l’incipit-inciso, veniamo al tema:  COSA FARE DOPO IL POSTMODERNISMO, che secondo Il prof. Bordoni sarebbe simbolicamente terminato con l’attentato alle torri del 2011, dopo una trentina d’anni in cui non ha prodotto nulla di particolarmente significativo (non solo nelle arti, ma nel resto della società). Ho da poco terminato di leggere un libro piuttosto interessante: Stato di crisi. Una lettura agevole per essere un saggio. Un istruttivo e lucido botta e risposta sulla crisi dello Stato nazionale moderno (di quello che resta), dell’economia neoliberista e dell’uscita dalla società di massa. Assai utile per orientarsi nel caos dei tempi incerti e anomici che stiamo vivendo. Anzi, subendo. Peccato che i due autori si fermino all’analisi e manchino proposte e visioni per il futuro. Idee concrete su come uscire dalla situazione d’impasse. Risposte che non soffiano più nel vento, come Dylan cantava nei ’60. Oggi nemmeno con antenne spaziali si riuscirebbe a coglierle. Il vento è vuoto. Non porta più nulla con sé. Forse bisogna cominciare a guardarsi dentro. In ogni caso, proverò ad avanzare una provocazione che poi è una esortazione, per trovare una via d’uscita, per invertire una tendenza, anche se farà sorridere cinici e materialisti. Allineati e appagati. Razionalisti e unidimemsionati. Presuntuosi e tuttologi. Superficiali e coatti dell’opulenza. Culi di piombo e poveri di spirito. Ma chi se ne importa.  Chi ha qualcosa da dire trovi il coraggio di mettere sul tavolo le sue di proposte: è il benvenuto. Che si esponga, invece di cianciare e riciclare, rimasticare e fare sfoggio di cose già dette da altri. Oggi di idee se ne sparano tante. Ognuno ha la sua formula antiqualcosa. Ma di cose praticabili, inaspettate ne ho sentite poche. Soprattutto su come cercare di uscire dal tunnel in cui la società si è infilata. Se si esclude l’informatica, dove si sfornano idee a tutto spiano. Perché noi siamo fatti così: infilata una strada, chi ci ferma più! Il resto non conta. Ma l’informatica, purtroppo, è solo una parte. E non è detto che sia la migliore. Non ho nessuna intenzione di farvi il riassunto del libro. Se volete leggetelo. Posso solo garantirvi che sono soldi spesi bene.

        Dirò, prima di esporre la mia provocazione, alcune cose che in parte già sapete. Ma che spesso vengono dimenticate. Che la crisi, al contrario di quella del ’29 “industriale”, oggi è finanziaria. Che lo Stato-nazione, parlamentare, sociale, democratico sta finendo. Che la politica nazionale ha perso il suo potere di agire sui mercati. Potere assunto da forze sovrastatali, globali, che operano in uno spazio politicamente incontrollato . Forze che sfuggono al controllo democratico. Che la società di massa ha ceduto il posto alla società demassificata, liquida, dove si allentano i legami tra Stato e cittadini. Dove viene a mancare la fiducia illimitata nello Stato di garantire il benessere e la sicurezza per tutti. Che l’individuo è condannato a sentirsi sempre più solo e indifeso. Perché è venuta meno la solidarietà. Non c’è più conforto nelle ideologie. Con le loro narrazioni di massa. Un po’ utopistiche, ma consolanti e compattanti. Che I partiti si sgretolano, e sono ormai incapaci di indicare una strada. Non sono più in grado di convogliare e gestire il malcontento. Che nascono solo gruppi e movimenti spontanei che durano lo spazio di un mattino: No Logo, Occupy Wall Steet. Gli indignati. Le primavere arabe. Fuochi di paglia. Piccole, insignificanti creme per eruzioni cutanee giovanili, rispetto alla peste nera che avanza. E l’Europa diventa una discarica dei problemi e delle sfide che nascono a livello globale. Che in queste condizioni pare evidente non potranno più verificarsi né rivoluzioni, né insurrezioni di massa in tutto il mondo occidentale, e neppure in quello capitalista orientale. Almeno come le abbiamo conosciute fino ad oggi. Che Il villaggio globale di Mc Luhan si è realizzato, ma a spese del sistema-Stato e della democrazia parlamentare. Anche se resta la parola, ma solo per motivi di ordine e controllo sociale. Che s’è innescato un perverso meccanismo che parte dal globalismo, per cui lo Stato-nazione entra in crisi, e ci si avvia verso il postnazionalismo. E poi di nuovo qualcuno dice di voler tornare al nazionalismo (vedi USA), ma in effetti intende uno statalismo senza più Stato. Una governance senza governo vero, funzionante, sociale. Una gestione della cosa pubblica senza più rapporto fiduciario con i cittadini. Che certo ci si sposta più facilmente, si diventa cittadini del mondo. La maggiore libertà ci illude e sembra portarci più democrazia. Siamo euforici di trovarci d’improvviso all’autogestione di noi stessi, delle nostre vite. Sembra tutto stupendo: possiamo finalmente realizzarci, nessuno ci tarpa più le ali, ci da’ più ordini. Ma in fondo è una fata morgana. Il miraggio degli internauti. E’ più una libertà da (da uno Stato talvolta troppo invadente e opprimente), che una vera libertà di. Perché in ogni caso qualcuno vigila su di noi, controlla seppure da lontano e di nascosto, per evitare che la mancanza di regole, ci dia alla testa. E qualcuno pensi più del dovuto, e tenti di mandare in vacca il sistema. Vi ricorderò, prima di spiegare la mia provocazione, che chi siamo, cosa facciamo, come la pensiamo, quanti peli abbiamo nel culo finisce tutto là, nel grande immenso data-base collocato chissàdove. Che ci siamo già dimenticati che l’unione fa la forza. Che ognuno per sé e Dio per tutti. Se mai c’è stato un Dio. Che Il controllo delle anime è stato sostituito dal continuo flusso dei dati che passano attraverso il confessionale della Rete. Che In qualsiasi momento chi ne ha accesso può utilizzarli contro di noi. Che di certo da qualche parte qualche dio c’è, ma è mortale. Senza scrupoli. Né etica. Parola che ormai suona bestemmia, e presto verrà sanzionata.                                                                                          

                                                                                           §§§

 

        Uscire dalla modernità e da quella che è sta definita, almeno fino a tutta la prima metà del secolo scorso, sessanta compresi, come l’era contemporanea, è stata un‘esperienza sconvolgente. Destabilizzante. Per molti versi inutilmente lunga. Soprattutto considerando, se si esclude qualche gatto, i topolini che ha partorito. In ogni caso, comunque la pensiate, più contro che pro. Per tutti. Vecchi e giovani.  Anche se per motivi diversi. E con diversa consapevolezza. Dalla stabilità, dalla certezza del diritto, dalle garanzie sociali e assistenziali, dai confini nazionali sicuri, dall’idea di un progresso continuo si passa, attraverso il periodo postmoderno, all’esatto contrario. Ad una instabilità che spesso ha provocato, e continua a provocare, grande disorientamento. Da fenomeno prettamente estetico (soprattutto architettonico) il postmodernismo, nato negli Stati Uniti, diventa rapidamente filosofico e di costume. Si espande in tutto il mondo. I suoi esponenti si rifanno alla Pop Art, mescolata ad elementi classici. Così nasce e si fa largo il manierismo, la sovrapposizioni di stili e di epoche diverse. La contaminazione impazza, insieme alla replica.  Alla citazione. E Il disordine è servito. Con abbondanti spruzzi di kitsch. Piccola nota a margine: alcune opere ricordano quei giochi di costruzione dell’ infanzia, con  pezzetti di legno vivacemente colorati. Rapidamente il postmodernismo invade tutti i settori della società: la cultura, il lavoro, l’economia e la finanza. E mette in crisi l’ordine e l’equilibrio modernista. In letteratura nascono opere che lo anticipano come Comma 22, o che lo confermano come L’Arcobaleno della Gravità.  E un fiore  nel deserto  come Il Nome della Rosa. Mentre  Infinite Jest di Wallace sembra concluderne l’esperienza. Nel cinema  basta pensare al claustrofobico e patinato The Truman Show, ma soprattutto al caotico, ridondante  The Matrix, summa di contaminazione di generi. In pittura mi vengono in mente il Graffitismo e la Street Art con Basquiat e Hairing. In musica Philip Glass. In scultura il movimento Memphis, la Land Art, Baselitz!  Nel teatro: la rivisitazioni dei classici in chiave post. Tra un misto caotico di oggettiva assenza, insignificanza, riflessione, revisione, stop all’invenzione ad ogni costo e all’anticonformismo, il fiorire di opere difficilmente  catalogabili,  con l’aggiunta di una buona dose di lacune: le mie. Quanto alla filosofia il massimo è la decostruzione di Derrida. Anche se  non ho approfondito l’argomento più di tanto. Più in là non mi interessa andare. Dopo la scuola di Francoforte non so quanto la filosofia possa essere determinante per il nostro futuro. Forse la sociologia potrebbe darci una mano.La postmodernità traghetta la modernità, la contemporaneità, all’oggi. A un presente in attesa di forma compiuta e un nome che lo definisca. Per molti rappresenta il momento più alto della crisi globale della modernità. Per alcuni non esiste nemmeno: si tratta solo di modernismo agonizzante. Al posto delle regole propone la flessibilità.  In parole povere: assenza di regole. Nella coda del secolo che muore si disintegrano quasi tutti i suoi fondamentali. I suoi ideali. I valori che lo hanno caratterizzato.  Onestà,  solidarietà, uguaglianza. Il mito del farsi da sé, sostituito dal pensa per te. Le generazioni che nascono in questo periodo se ne accorgono in parte. Ma  stentano ad afferrarne il senso.  Tutte le implicazioni e la vera portata. Non possedendo più punti di riferimento. Il gap generazionale,  all’apparenza assente, diventa incolmabile. Anche se non conflittuale. Questione d’ interesse più che di sentimenti. Il Consumismo è l’unica ideologia che può  sostituire ogni altra ideologia. In economia  tutto è marketing. L’orientamento al prodotto si arrende e cede il passo. I consumatori non comprano più prodotti ma immagini. Soprattutto le immagini che i prodotti possono riverberare su di loro. Sulle macerie del modernismo si cerca di costruire un nuovo ordine mondiale, nuove modalità di controllo sociale. Per questo si riparte se non dalle classi, dalle differenze sociali. Che ognuno torni al suo posto poi si vedrà. La crisi economica, così manovrata dai mercati, dai famelici e prepotenti gruppi della speculazione finanziaria, dalle nuove leggi dell’economia globalizzata, ha il compito di ristabilire questo controllo. Al soggetto si affida il compito e la responsabilità di interpretare il mondo. La Storia non più come prodotto di un’intera società, ma come sequenza e sommatoria caotica, a volte incomprensibile, di azioni e comportamenti  personali. In pratica una non-Storia. E così la memoria va a farsi benedire. Altro che celebrarne i giorni! Ipocrisia! La società di domani sarà una società senza memoria. Di questo passo la razza umana, come la conosciamo, verrà sostituita da una nuova razza post-umana, grazie  al contributo dell’ingegneria genetica.  

                                                                                        §§§

 

        Per chi non si arrende a questa prospettiva, per chi non accetta di subire questo nuovo ordine, in questa primo assaggio di secolo l’importante è resistere. Non annegare nella liquidità. Ma questo, alla lunga,  vorrebbe dire sopravvivere. Non vivere. Per vivere bisogna tentare di  cambiare davvero verso. Invertire la rotta. Non solo a parole. E allora: QUALE STRATEGIA ADOTTARE PER STIRARE LA BRUTTA PIEGA CHE HA PRESO IL MONDO?

Lasciarsi andare allo statu quo? Mettersi “a morto” e galleggiare nella liquidità? O una nuova Ricostruzione?Alla prima ipotesi vorrei tanto gridare “io non ci sto”, ma ormai mi manca la forza, la determinazione, l’incoscienza.  Temo tanto che dovrò cedere. Voglio comunque dire quello che farei se avessi ancora una vita davanti a me. Premettendo che la mia non vuole, né può essere, una teorizzazione, un manifesto. Non ne ho la capacità e soprattutto le energie. Nelle mie battaglie, ho sempre creduto nell’effetto sorpresa per battere l’avversario. Nello sparigliare al momento “sbagliato”. Nel fare ciò che uno non si aspetta. Ma soprattutto a cui non è preparato. Perché fuori dalla sua portata. Dalle sue corde. Magari qualcosa di apparentemente ingenuo. Come dire la verità quando tutto il mondo si aspetta che tu menta. Qualcosa di inaspettato, insomma, ma disorientante e destabilizzante anche per chi si ritiene un grande giocatore di scacchi. Non sarà certo una rivoluzione violenta. Né l’ insurrezione armata. Nemmeno l’estenuante guerriglia dei Vietcong a produrre oggi effetti vincenti. Visti i sistemi di controllo, di localizzazione, e di distruzione a distanza. D’altronde anche la politica è agonizzante.  Rimarrà come “braccio armato”. Come “reparto vendite & relazioni pubbliche”  della Pubblica Amministrazione. Sarà composta sempre più da burocrati. Che interpreteranno ognuno una parte nella stucchevole e improduttiva commedia della Politica. Funzionari-burattini nelle mani di un potere sovranazionale. Quello che propongo è altro, un salto di qualità, anche se complesso da mettere in pratica. Da mettere in movimento soprattutto. E  che chiede tempo prima  di dare frutti, A differenza del passato non si tratta qui di abbattere il capitalismo ma di ricondurlo alla dimensione iniziale. Come dice Papa Francesco: alla sua iniziale funzione sociale. Il che significa che il capitalista nel perseguire il suo interesse, dovrà ricordarsi della sua responsabilità e tenere conto del contesto  sociale. Come del resto faceva ai primordi. Non limitarsi, e ridursi,  a praticare il mordi e fuggi. La sua azione dovrà essere lungimirante. C’e insomma bisogno di una nuova cultura che accompagni una nuova Ricostruzione. Come dopo un terribile conflitto mondiale. Perché questo, anche se meno cruento, ma socialmente altrettanto devastante, è il quadro della crisi.  Il capitalismo dovrà promuovere, come ha fatto fino a un certo punto, il benessere diffuso. Questa era la sua vera funzione. Poi si è fatto prendere la mano. A  tutto questo  dovremo tendere se vogliamo tornare a vivere e non sopravvivere. Come vorrebbe  l’attuale capitalismo. La nuova economia. Ricordando sempre che: quando il vento  contrario soffia  forte a nulla serve prenderlo di petto,  meglio andare di bolina.                                            

         “LA FANTASIA DISTRUGGERA’ IL POTERE  E UNA RISATA VI SEPPELLIRA’.” Chi si ricorda questo ingenuo slogan del ’68? Ripescaggio di un vecchio slogan anarchico dell’ Ottocento. Bene, adesso sostituite Arte a fantasia. Poi, magari dopo esservi fatti una bella risata, sostituite la Politica con  l’Arte. Qualcuno obietterà: ma la politica si può rinnovare. Pare che stiano nascendo nuovi partiti di sinistra. In Italia e i tutta Europa. Illusione.  Incapacità di guardare in faccia la realtà. Rumors di borgata. Nel Villaggio Globale non possiamo perderci in chiacchiere e vaneggiamenti da condominio. Mentre il vero potere non appartiene più alla Politica e se la ride nascosto altrove. Comunque, fuori dal portone di casa. Come ho già detto non credo che la politica nazionale, quella dei partiti, sia recuperabile.  Mentre credo che  l’Arte, in ogni sua forma ed espressione possieda una forza dirompente. Che può essere ogni volta inaspettata nei suoi contenuti. E sorprendente nella sua forma. In questo sta la sua forza rivoluzionaria. D’altronde l’idea dell’Arte come motore della cultura, del cambiamento della società e della Storia  è vecchia come il mondo. Quello che c’è di nuovo è la capacità di amplificazione e velocizzazione della globalizzazione, che può diventare un potente propulsore della forza rivoluzionaria.  Credo che sia l’unico modo per minare un regime che diventa sempre più  globale. Sempre più invisibile. E localizzabile. Una via efficace  almeno per cercare di scalfirlo. Di portarlo a riflettere. A  ripensare il suo modo di essere nel mondo.  Preso l’abbrivio un movimento artistico popolare di massa sarebbe  assai difficile da fermare.  I suoi effetti corrosivi sarebbero destabilizzanti. l’Arte potrebbe giocare un ruolo importante, fondamentale, visto che l’istruzione  ha rinunciato al suo compito.  La famiglia ha abdicato alla sua funzione. E il denaro per gli investimenti  sul futuro non abbonda. Perché l’arte è una forza rivoluzionaria continua. Permanente. La cui risorsa sta fondamentalmente dentro di noi. L’Arte, sia essa iconografica,  letteraria, musicale o applicata ha sempre segnato - se non intuito, tavolta preceduto, senz’altro favorito e accompagnato - i fondamentali cambiamenti della società. Non tutti se ne sono accorti. Ne sono stati consapevoli. Partecipi. Ma è così. Non se ne sono certo accorti gli operai  della rivoluzione industriale o i sanculotti che correvano alla Bastiglia. Ma l’Arte era lì.  Presente. E interpretava la realtà, la società, i suoi fermenti e cambiamenti. L’Arte intesa come riuscire a dar forma al pensiero divergente, spesso dissenziente,  non è un’opzione originale, lo ripeto, ma è la globalizzazione che può essere l’elemento nuovo oggi. Rispetto a sessant’anni fa quando Adorno e Benjamin si dividevano sulla sua capacità di incidere sul progresso sociale. Potrebbe ridurre la portata della sua mercificazione. Perché la sua azione rapida, il suo effetto sorpresa, sarebbe difficilmente neutralizzabile. La velocità di propagazione potrebbe  veramente fare la differenza rispetto al passato. L’Arte  potrebbe diventare un fenomeno unico e dirompente se assumesse proporzioni diffuse davvero globali. Più l’Arte riuscirà a raggiungere velocemente la gente in tutto il mondo e più diventerà destabilizzante per questo capitalismo malato.

        Ma allora come mai l’Arte postmoderna ha fallito?  Perché Il postmodernismo è stato  figlio di un’epoca vecchia: il modernismo  giunto al tramonto. Un lungo periodo che aveva esaurito le sue energie.  Il mio appello  non si rivolge  alle vecchie generazioni,  ma alle nuove.  Vorrebbe stimolare la loro capacità di reagire. Di ribellarsi. I giovani non devono farsi mettere nel sacco, farsi relegare in riserve indiane, come la new tachnology. Certo, un settore importante, fondamentale, ma non  l’unico dove  poter convogliare le proprie energie, la propria intelligenza, la propria creatività. Il mio appello vorrebbe invitarli ad un nuovo tipo di partecipazione e mobilitazione.  Per certi versi “fai da te”, secondo lo spirito della società attuale. Liquida come dice Bauman. Dar vita a un nuovo tipo di politicizzazione, che non vede più le vecchie categorie di destra contro sinistra, ma di un capitalismo sostenibile, responsabile e per molti, opposto ad un  capitalismo degenerato, finanziario, solo per pochi. Altre vie praticabili non ne vedo, se non improvvisi e inaspettati ravvedimenti che, considerato il disinteresse dimostrato fino ad oggi  per il degrado ecologico del pianeta, sono probabili come la pioggia di dollari dal cielo. Non finirò mai di ripeterlo, l’Arte  quando non è solo mestiere, può essere davvero travolgente. L’Arte è frutto del pensiero divergente. Da qui a farlo diventare pensiero dissenziente il passo è breve. A farlo circolare alla velocità della luce ci penserà la globalizzazione. La forza potente e irregolare dell’Arte, che spesso procede secondo schemi imprevedibili, dal quindicesimo secolo ad oggi  è stata interprete di  umori, stati d’animo, visioni, interpretazioni dei cambiamenti del mondo. La dimensione creativa del fare umano che ha riverberato i suoi effetti positivi su tutta la comunità. Spesso ignara di ciò che stava accadendo.  Lo so, l’Arte non è accessibile a tutti. Comprensibile da tutti. Decifrarla richiede spesso allenamento, acculturamento, ma la sua forza interna è spesso percepibile anche dalle masse. Si tratta solo di proporgliela nel modo e luogo giusto. Il teatro elisabettiano non era certo per pochi. Sul concetto di arte mi sono già espresso in precedenza: sulle sue forme più accessibili come la Land Art, i murales, il teatro di strada...  Altre forme già esistono, altrettante se ne possono inventare: che so, il teatro istantaneo in rete, Il teatro nei giardini.  Nei parchi. Com'era una volta quello per i bambini. Creare un luogo dedicato come Hide Park Corner, per esempio. Ma si può anche tornare al classico. Ai cantastorie. Al teatro popolare come era una volta. L’importante è crederci. Le forme si trovano. I contenuti non  mancano. Il mondo ne sforna  a getto continuo. Molto più che in passato. E soprattutto ognuno di noi è una miniera: ha qualcosa di artistico dentro di sé . Va solo individuato, ascoltato, fatto crescere e messo in condizioni di parlare. 

        Non c’è più spazio per soluzioni violente. Per scorciatoie. E nemmeno per la politica classica.  Anche se, come sempre  tutto è  politica. Anche l’Arte. Le rivoluzioni, ammesso siano possibili, sono armi spuntate. I moti, destinati a fallire prima di iniziare. Gli attentati anche. Sarebbe come sparare all’uomo invisibile.  Forse mi illudo. Forse mi piace pensare che nulla sia perduto. Ma sento che siamo a un bivio: da una parte l’umanità può decidere di proseguire per la sua strada facendo tesoro degli errori fatti e reagire con la forza del pensiero laterale, che per fortuna ancora non è morto; dall’altra decidere di andare avanti come adesso, verso l’ignoto.  La trasformazione dell’individuo in qualcosa di nuovo con l’aiuto dell’ingegneria genetica. E allora si tratta di seguire tutto un altro discorso, per il quale non sono preparato e al quale non riesco ad appassionarmi.  Non solo per raggiunti limiti di età.

        Inondate il mondo di espressioni artistiche, prima che questo nuovo ordine vi ingoi e vi riduca a esseri, magari esteticamente perfetti, ma così conformisti da diventare totalmente depensanti, come diceva Carmelo Bene. Non sarà la bellezza a cambiare il mondo, né una risata a seppellire un potere invisibile e inafferrabile, ma l’Arte potrebbe dare una grossa mano. Altro non credo. Altro non vedo.

 

 

 


 
 

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Published on e-Stories.org on 03.08.2017.

 

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