Gabriele Zarotti

Basta un niente per distruggere un superbrand.


      Ci sono voluti oltre duecento anni per costruire il Mito Americano. Il Made in the USA. Il brand più potente da quando  il marketing  è apparso sulla faccia della Terra.

      Agli inizi fu l’epopea eroica della scoperta. Della conquista dei grandi spazi, della caccia ai bisonti, dei solitari e avventurosi cow boys, e degli intrepidi soldati blu. Mentre in filigrana si consumava la brutale sopraffazione dei nativi  nel nome di Dio. Poi la crisi del ’29 e Hiroshima. Tutto sommato piccoli avvenimenti, che non hanno inciso più di tanto sull’immaginario più ricco, avventuroso e affascinante, dopo quello dell’antica Roma. In fin dei conti,  piccoli schizzi di fango su di un gigantesco poster che urlava ai quattro venti quanto la vita poteva diventare bella col frigo, l’auto, e la tivù. Nel frattempo, la lotta per i diritti civili cresceva e, finalmente, Il Civil Right Act. Il voto ai neri. Poi la Nuova Frontiera  e la soluzione della crisi di Cuba  a rinsaldare il Mito.  La Baia dei porci? Ininfluente incidente di percorso. L’assassinio di Kennedy? Un drammatico stop. Ma, subito dopo, ecco di nuovo il go. La nazione, guida dell’Occidente, non poteva fermarsi per l’inaspettato lutto. Questa era la sua forza!  Mentre il Vietnam scuoteva le coscienze, il vento della Contestazione, per quanto contrario, faceva  più grande la democrazia americana. Che veniva esportata in ogni dove insieme a quella bottiglietta dalla silhouette di donna. E prima della fine del decennio, finalmente, i primi passi sulla Luna. Eri davvero grande, America!

      Così fino agli anni ottanta.  Quando, all’improvviso, il colpo di scena: un attore mette piede alla Casa Bianca. Tutto conforme. Tutto può succedere. E’ l’essenza dell’American Dream!  L’esperienza è meno peggio di quanto si potesse immaginare. Subito dopo, riecco palesarsi  la politica e la sua casta: Bush padre, seguito - dopo una breve parentesi a luci rosse - dal figlio scemo. In quattro e quattr’otto i due rifilano alla faccia buona dell’America un potente uno-due da far barcollare il Mito.  Non so quanti americani se ne siano accorti. Di certo, il resto dell’Impero, resta attonito. E a poco valgono  gli sforzi di uno “sporco negro” per riportare il Paese al top della popolarità. Oggi ne basteranno meno di quattro perché un impresentabile palazzinaro assesti al Mito quel colpo di grazia che lo manderà lungo disteso nella tomba. E non sto parlando dell’American Dream, che nonostante tutto continuerà - anche se un po’ acciaccato - ad alimentare le speranze di un popolo di sempliciotti, ma del Superbrand “ Made in the USA”. Il mito che ha fatto sognare, amare, e consumare  di tutto e di più a intere generazioni. Ben oltre il mondo occidentale. Queste le mille luci e le ombre della Storia.

      Quanto alla mia personale esperienza, all’inizio furono  gli echi leggendari che arrivarono di rimbalzo  in una sonnolenta provincia italiana.  Insieme  alle voci che, superate le onde dell’oceano,  vennero ingigantite dai passaparola.  E raccontavano di tanti splendori e poche miserie di una terra che sembrava irraggiungibile.  Uno sconfinato Paese dei Balocchi per grandi e piccini. Mentre, dopo la guerra, mia nonna mi raccontava del Circo (Wild West Show) di Buffalo Bill e le sue irresistibili colt in quel di Parma nel 1906, il cinema allevava i suoi fan. Insieme ai fumetti e alla musica pop. Ma soprattutto fu quella rock che ci diede la sveglia.  E, a ruota, la televisione. Mentre la letteratura, seppur grande, fu solo per pochi privilegiati. Se il piccolo schermo ci fece da balia, il cinema ci fece da tutore. Ci educò ai buoni sentimenti  e ci insegnò che i buoni vincono sempre. Ci abituò all’idea  che non eravamo soli al mondo. E che, in caso di bisogno,  sarebbero arrivati i nostri a toglierci dai guai. Beata ingenuità!  Lontano da noi immaginare allora  che  più di metà dei film - non solo quelli di guerra - era pura propaganda. Strategia di marketing & comunicazione. Lunghi megaspot  pubblicitari per consolidare il Superbrand. Finanziati direttamente dal Dipartimento della guerra, dalla CIA, e dalla Coca Cola & associati. E che dire delle strisce? Mikey Mouse, Dick Tracy, Superman, Batman….e poi la musica. Che musica! Roba mai sentita. Da far vibrare e contorcersi le vene. Tutto questo e altro ancora, volenti o nolenti, ci fece tutti un po’ americani. E contribuì a  consolidare, tra mille critiche e contraddizioni, il mito dell’ America come terra dell’abbondanza e della speranza. Un grattacielo destinato a non finire mai, se non in culo a Dio. Che, sprezzante del pericolo,  continuava  a benedire  mito, sogno, e chi l’aveva creato. A volte mi chiedo:  ma l’America che ho visto io è la stessa America  che hanno visto i nati dopo il 1980? Perché mai dovrebbe essere la stessa? Forse è sbagliato rimanere ancorati  a certe idee, affezionarsi al passato. Bisognerebbe staccarsene. Come dalla famiglia. Diventare adulti. Oltretutto il rimpianto é dei deboli.  Tipico del romanticismo, non del pragmatismo. E oggi le nuove generazioni sono molto più pragmatiche di noi. Di questo c’è bisogno in tempi difficili. Mica di piagnistei. Basta coi cedimenti sentimentali. No ai rimpianti. Smettiamola con la nostalgia del bel tempo che fu. Di rammaricarci delle occasioni perdute.

      Oggi mi chiedo: come mai gli americani - così affezionati alla loro nazione - sono così poco interessati al giudizio degli altri. E’ forse l’ altezzosa sindrome dell’impero? Il fatto di essere sempre stati mentalmente chiusi dentro i loro confini? Tanto autosufficienti materialmente da poter fare a meno del prossimo. In fin dei conti questo elargire a piene mani durante la prima metà del ‘900  era tutto fuorché un concedersi. Altro che frutto di generosità ed empatia! Solo un mero fatto di interesse. Di ritorno sull’investimento. La verità è che con l’avvento della globalizzazione - che pure hanno contribuito ad alimentare - gli americani sono andati psicologicamente in crisi.  La globalizzazione non fa per loro. Non rientra nel loro DNA . Né sanno gestirla. Anche se fino al 2008 tutto sembrava procedere secondo tradizione e  strategia.  Poi  l’inaspettato. E in un attimo, dal sogno all’incubo.  Pensiamo per un momento alle  parole di Higgins a Turner, nei Tre Giorni del Condor:  

- …Il problema è economico. Oggi è il petrolio…tra dieci o quindici anni il cibo, il plutonio, e forse anche prima, sai? Che cosa pensi che la popolazione pretenderà da noi allora?  

-  Chiediglielo!  

-  Non adesso. Allora! Devi chiederglielo quando la roba manca, quando d’inverno si gela e il petrolio è finito. Chiediglielo quando le macchine si fermano, quando milioni di persone che hanno avuto sempre tutto cominciano ad avere fame. E vuoi sapere di più? La gente se ne frega che glielo chiediamo, vuole che noi provvediamo.

      Aveva visto giusto il cinico, ma realista, Higgins. Anche se nel 2008 il protagonista non fu il petrolio, ma peggio: il crollo della casa. Il primo, vero scossone al sistema America. Psicologicamente più devastante e destabilizzante del ’29.  Non molto diverso da ciò che è successo ai cugini della perfida Albione, che un bel mattino si sono svegliati orbi dei loro dominion. A ben pensarci  la globalizzazione l’abbiamo accolta e digerita molto meglio noi italiani,  che per oltre quindici secoli  ve ne siamo stati immersi fino al collo e con le pezze al culo.  Almeno in quella “globalizzazione” del limitato mondo di allora . 

      In ogni caso, io piango e rimpiango l’America della mia formazione.  L’America che ho odiato e amato. Che ho desiderato e imitato. Quell’America che era in gran parte frutto della mia immaginazione. E so che pochi riusciranno a comprendere o condividere quello che sto dicendo. Un po’ perché i pochi che potrebbero non ci sono più. Un po’ perché non tutti sentiamo e vediamo allo stesso modo. Un po’ perché lo scarto  che c’è tra la mia e le  giovani generazioni tende ad allargarsi sempre più. Lo confesso, se avessi a disposizione la potente DeLorean di Ritorno al Futuro, non ci penserei su due volte: in culo ad ogni ideologia, mi farei catapultare all’indietro negli  anni cinquanta e sessanta.  Probabilmente a New York. E ci starei  per un bel po’ di anni. Almeno fino al Watergate.  Chissà cosa pagherei! Questo è il mio Mito. Il mio Sogno Americano. E almeno questo nessuno potrà mai togliermelo. Nemmeno Donald Trump.

 

 

 

All rights belong to its author. It was published on e-Stories.org by demand of Gabriele Zarotti.
Published on e-Stories.org on 18.08.2017.

 

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