Mauro Montacchiesi

Carmine Iossa

CARMINE IOSSA

L’Odissea La Vita La Morte

Brignoli Edizioni

 

 

 

  1. L’ODISSEA

  2. LA VITA, LA MORTE

  3. CHI E’ CARMINE IOSSA?

  4. COMMENTO BREVE

     

    ***

    L’ODISSEA

    Etimologicamente parlando, il termine “odissea” non ha una genesi ben precisa, ben definita. Precipuamente il termine viene associato al greco `οδüς che significa "viaggio". In italiano abbiamo anche l’aggettivo “odeporico” , che ha la stessa radice, (dal gr. ὁδοιπορικός agg. der. di ὁδοιπορία «viaggio») (pl. m. -ci), ad indicare ciò che pertiene ad un viaggio, ciò che descrive un viaggio, ciò che narra di notizie e di esperienze relative ad un viaggio. Ed ancora abbiamo “esodo” (gr. ἔξοδος), che significa “viaggio, via, uscita da”, come pure “sinodo”, composto da σύν «con, insieme» e ὁδός «viaggio, via». Questa premessa etimo-semantica è topicamente esplicativa dell’associazione sinonimica del termine “odissea” con il termine “viaggio”! Il viaggio non deve essere interpretato esclusivamente da un punto di vista pragmatico e/o fondato sul mero realismo o sulla dinamica spazio-temporale, bensì come icona di anelito, di impegno intellettuale e spirituale di nuova cognizione e di indagine esplorativa. Come pure, per converso, di icona di astrazione, più o meno transitoria, dalle proprie radici, dai propri, antichi valori. L’omerica Odissea compendia, cospicuamente, la semantica sia reale sia emblematica correlata al topos del viaggio. Il viaggio di Ulisse è un “νüστος”, un ritorno dallo scontro contro Troia verso la Madrepatria Itaca, dove poi ritroverà alcuni dei suoi precedenti valori: la moglie, il figlio, la patria stessa. Si può quindi contemplare il viaggio come una dinamica sferica: il luogo ed il momento del distacco, l’itinerario da compiere, il raggiungimento della meta, la riacquisizione (al ritorno) di una parte degli antichi valori, una maggiore stabilità, in virtù di una maggiore consapevolezza (maturazione). Il viaggio, quindi, non deve essere selettivamente identificato nel suo momento conclusivo, bensì, più esaustivamente, nell’affrontare con successo le insidie, gli scogli, le ordalie esistenziali. Il viaggio è un mosaico di personali test cognitivi. E’ impulso fisiologico verso l’esplorazione della novità, è manicheismo seduzione/esecrazione per quanto ci è alieno, è diaframma spazio-temporale tra noi e quanto a noi ignoto, è competizione, è scontro, è capacità di rapporto con chi/con cosa da noi dissimile, è duttilità negli incidenti di percorso. Il viaggio (si rammenta l’associazione sinonimica odissea-viaggio) postula un’eclettica gamma di attitudini nel temperamento del protagonista dello stesso viaggio: la caparbia forza d’animo nel subire le calamità della natura, la sagacia nell’eludere le circostanze rischiose, l’ardimento nel trascendere la dimensione del sensibile, l’appeal per l’incerto e per il cimento. Il viaggio attraverso i mari è allegoria della vita. Francesco Petrarca, ad esempio, paragona la sua vita (la nave) a quella dei marinai che navigano durante la notte: “Passa la nave mia colma d'oblio, per aspro mare” (Dal sonetto: Passa la nave mia colma d'oblio). La vita è paragonabile ad un periplo con approdo finale in un porto. Durante il periplo il navigante assume le sembianze di un naufrago tra i vortici dell’esistenza. Il viaggio è una serie di tappe obbligatorie, necessarie per la riconquista del proprio Io, per una rivisitazione dei propri, antichi valori. Il viaggio è ricerca esistenziale, interiore ed inconscia . Il viaggio è indagine su una verità trascendente, è analisi sul mistero della vita. Il viaggio è catarsi. Il viaggio è dicotomia tra passato e futuro. A livello antropologico e simbolico, il viaggio rappresenta il conseguimento della propria identità in seno ad un ordine sia immanente sia trascendente, sia umano sia divino. Un viaggio irto di difficoltà evoca l’immagine del labirinto greco, difficile e tortuoso, mai simmetrico. Il labirinto è icona di iter iniziatico, ovvero di quel percorso che ogni essere umano, dalla nascita, archetipicamente deve affrontare per dimostrare di avere i requisiti per essere accettato dal mondo circostante.

    ***

    LA VITA, LA MORTE

    Per conoscere la Vita, per apprezzare la Vita, bisogna sperimentare la Morte. Condizionato dall’Über-Ich (freudiano Super-ego) (imposti codici di comportamento, codici etico-religiosi, codici culturali dell’ambiente dove si nasce, dove si cresce, etc.), l’Uomo è inderogabilmente proclive a contemplare la Morte solo ed esclusivamente come fattore biologico di fine Vita. Ma la Morte, filosoficamente, sta anche ad indicare la fine di qualcosa, di uno stato, di una condizione. La Morte è capovolgimento del tangibile, della verità, di ciò che si crede che sia la verità. Capovolgimento che realizza quanto postulato, ad esempio, dall’espressione del filosofo inglese Francesco Bacone nell’opera Instauratio Magna:“instauratio facenda esta ab imis fundamentis” “il rinnovamento va fatto dalle radici più profonde”, ad indicare la dira necessitas di un rinnovamento radicale, segnatamente di un cliché di Vita verosimilmente sbagliato o, comunque, superato. La Morte è ineluttabile metamorfosi in divenire. La Morte è transitorio riapprodo al punto di partenza del viaggio terreno, al momento in cui ogni essere è indifferenziato, anticipando la “resurrezione” personale, il ritorno in Vita, la nuova Vita, sigillando l’epilogo di una fase esistenziale e germinandone una nuova. Le esperienze maturate durante il viaggio terreno (meglio sarebbe dire “viaggi terreni”, poiché la Morte non si presenta soltanto una volta nella Vita ed ogni volta obbliga ad un nuovo viaggio) lasciano dei solchi profondi e nulla è più come prima. Tentare di opporsi alle variabili imposte dalla Morte è pura utopia. E’ inutile tentare di aggrapparsi disperatamente, tenacemente al passato, è il futuro che vince, sbaragliando e profondamente turbando. La Morte non fa distinzioni, la Morte esclusivamente si conforma al Dharma (*) dei naturali cicli cosmici.

    (*) Nella filosofia indiana, l’ordine universale, la legge religiosa e morale che ne deriva e i doveri a questa inerenti.

    Tentare di opporsi, di emanciparsi dalla sua azione, significa soffrire terribilmente e inutilmente, poiché ciò che è stato, più non sarà. La Morte è come andare di nuovo al principio, uno scalo del percorso, è l’opportunità concessa per riflettere, per prepararsi all’inizio del nuovo viaggio, obbligatorio, improcrastinabile. La Morte è diventare altro, qualcosa, qualcuno di diverso. La nuova Vita (e quindi il nuovo percorso) verifica quanto si è appreso con la Morte, mette alla prova la maturità acquisita. L’individuo, grazie al background acquisito, deve procedere verso la totalità. L’individualità dovrà diventare universalità. L’Io dovrà diventare Noi! La nuova Vita spinge a mettersi continuamente in gioco, a non considerare nulla come ovvio e garantito, ad affrancarsi dagli archetipi precostituiti, onde migliorarsi, onde vivere in armonica simbiosi con l’universo circostante, sia umano sia naturale. La Morte serve per imparare a conoscersi. La nuova Vita per integrarsi equilibratamente con il creato, con il prossimo. La nuova Vita, ad un livello ormai superiore, deve essere all’insegna della purificazione, dell’equilibrio, dell’armonia, della moderazione, della prudenza. La Morte dovrebbe aver insegnato che il giusto approccio non è l’uso della forza, ma della dolcezza. La nuova Vita è l’occasione per creare sinergia tra persone, situazioni, opportunità. La nuova Vita, scevra di radicalismi, deve essere permeata di sobrietà, pace, indulgenza. La dolcezza deve diventare il passe-partout esistenziale, rivolto alla coesione e non alla disgregazione, in una prospettiva universale, non più individuale. La nuova Vita deve essere e sarà una nuova visione verso l’assoluto, lì dove il proprio abisso e la propria vetta si fondono, lì dove si percepisce la circolarità dell’universo, del proprio universo, del proprio viaggio. Soltanto permettendo di essere irradiato da tutti i colori della Vita, l’Uomo diventa divinamente integro.

    ***

    CHI E’ CARMINE IOSSA?

    La sua vis vitae, dirompente e polarizzante, si esalta segnatamente a livello sessuale, con veemenza, complessità. Particolarmente sagace, difficilmente non nota anche i seppur minimi dettagli. Alquanto discreto, sia nei punti di vista sia nei pareri. La pertinacia e la determinazione gli consentono di scardinare qualsiasi barriera nel viaggio esistenziale. Complicato, inquieto ed enigmatico, è depositario di una perspicacia irriflessa che gli consente di calarsi nei più reconditi arcani dell’animo umano. Arguto scrutatore di ogni cosa che avvenga nel suo habitat, non perde opportunità per imparare, affascinare, controllare. Non appena consegue un target, se ne prefigge immediatamente un altro, magistrale, com’è, nel mutare tattiche, iniziative, punti di vista. All’uopo, può diventare allotropo, camaleontico, vale a dire che può mutare atteggiamento e risultare tutt’altra persona. Ineffabile il suo magistero metamorfico. Sa morire e rinascere dalle sue stesse ceneri, non importa quanto pesante sia stato l’evento che lo ha colpito. Se desidera qualcosa, una grande fiamma lo infuoca e ciò diventa coefficiente di metamorfosi e null’altro esiste, se non ciò che desidera. Carmine è un vortice di pàthos e di coup-de-théâtre. L’universo della sua sessualità è totalizzante, dalle emozioni profonde. Carmine non ama le cose troppo facili. E’ un uomo capace di lottare unguibus et rostro, con le unghie e con i denti, pur di difendere la propria individualità. Sia in amore sia in amicizia, Carmine pretende fiducia e fedeltà assolute. Meglio, ovviamente, evitare qualsiasi sotterfugio. Carmine non sceglie mai la via più facile, la via più semplice. Ha bisogno di sensazioni forti, di situazioni difficili che gli consentano di dare il meglio di sé. E’ un uomo di grande intuito, di grande magnetismo, di grande forza decisionale, di grande capacità di analisi e di sintesi. E’ estremamente selettivo nelle amicizie, poiché vibranti sono le sue istintive simpatie ed antipatie. Durante il periodo giovanile, verosimilmente, è stato molto attaccato ai bene materiali, alla ricchezza. Crescendo, nondimeno, ha appreso che esiste anche un mondo spirituale, oltre a quello materiale. Gli eventi negativi (LEZIONI DALL’ALTO) sono stati necessari proprio per ricordargli che la ricchezza non è tutto. L’incedere della vita gli suggerisce di tagliare (o quantomeno fortemente mitigare) i legami con il passato. Sta a lui farlo. Un processo di trasformazione è in continuo divenire, è l’occasione per abiurare buona parte dei vecchi valori, per lasciare spazio ad una maggiore spiritualità, ad una maggiore universalità. Una non trascurabile dose di attaccamento alle ricchezze materiali ha rallentato il processo evolutivo spirituale. L’instabilità, sia materiale sia emotiva, lo ha obbligato ad una incoercibile trasformazione, rendendolo più duttile e fluido nei confronti della vita. La sua inquietudine interiore va sempre più trasformandosi in energia spirituale, necessaria per approdare a vette evolutive sublimi, elevate.

    ***

    COMMENTO BREVE

    L’èpos è un canto epico come, ad esempio, quello omerico o quello virgiliano. L’èpos è un ibrido di mito, leggenda, cavalleresco e, per traslato, qualsiasi umana impresa che lo richiami. Epos è la vicenda umana di Carmine Iossa che egli, da magistrale logografo, qui dettagliatamente, emotivamente ci narra e descrive. E’ uno sciorinare di icastici ricordi. Uno straripante fiume di emozioni. Iossa, nondimeno, ci evidenzia gli avvenimenti più topici del suo vissuto, poiché utopistico pensare di evidenziarli tutti in un sol tomo. Il suo obiettivo principale, con questa pubblicazione, è quello di dare un contributo tangibile di informazione e responsabilizzazione dei lettori, toccandone la sensibilità. Iossa intende rammentare qualcosa di biblico “Homo nascitur ad laborem” (L’uomo è nato per soffrire – Vulgata 5:7-9), vale a dire che è nelle difficoltà che l’uomo cresce, materialmente, psicologicamente e spiritualmente. Diversi passaggi sono intrisi di orfismo, ovvero di carattere magico, evocativo, intensamente lirico, tanto è il pàthos infuso dall’autore. Pàthos che, verosimilmente, soggettivamente, attinge il suo apice nello spleen di un tempo remoto, ormai esistente solo nelle struggenti memorie. Le memorie partono ab-antiquo, dalla desolazione, dai plessi inestricabili della fanciullezza, transitando per la plutonica fase liceale, fino a disarticolarsi nell’intero stame della vita. “Ego te intus et in cute novi” (ti conosco dentro e sotto la pelle) (Aulo Persio Flacco -Satire, III, 30). Questa frase, solitamente, viene citata per evidenziare la percezione, l’intuizione esatta ed approfondita di un individuo o di una situazione, d’émblée, di primo acchito. A tal proposito è d’uopo precisare che Carmine Iossa è dotato di potente, prismatico insight, vale a dire di intuito, di penetrazione dell’animo umano e ne da prova in questo testo, quando legge l’immanente e quando, soprattutto, legge il trascendente, virtù che pochi hanno. Carmine Iossa, in virtù di questa sua dote naturale, è in grado di “radiografare” le persone o le situazioni, già al primo impatto e raramente, molto raramente, si sbaglia nelle sue ime sensazioni.

    Animo inquieto, quello del giovane Iossa:

    “Et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te”

    “E inquieto è il nostro cuore fino a quando non riposa in te”

    Con queste parole Sant’Agostino apre le sue “Confessioni”, partendo da un’adolescenza difficile, fino ad arrivare alla fede. Ed anche Iossa, come si evince da diversi passaggi, nella fede si sublima.

    Si, animo inquieto, molto inquieto, quello del giovane Iossa! E’ lui stesso, direttamente o con perifrasi, ad affermarlo più volte in questo testo, le sue “Confessioni”! In un passaggio così recita:

    “Ecco che qualcosa di misterioso emergeva dai gorghi profondi della mia psiche e dall’Io demiurgo della mia indole, in cui mi spingeva a spaziare ed esprimermi istintivamente. Cercavo di uscire dagli eventi tragici che mi avevano condizionato l’infanzia e gli anni della mia formazione culturale. Forse dovuto alla stanchezza delle sopportazioni, del buio astruso in cui cercavo affannosamente una via d’uscita. Desideravo riflettere come saltare gli abissi di quel mio quid interiore per trovare un giusto equilibrio”. (Estratto originale di Carmine Iossa)

    In queste parole, veemente, dirompente, sinesteticamente s’ode, agghiacciante, un urlo di dolore.

    “… qualcosa di misterioso emergeva (anabasi, risalita) dai gorghi profondi (da imi precordi di un labirinto plumbeo) della mia psiche e dall’Io demiurgo della mia indole (L’Es più profondo). … in cui cercavo affannosamente una via d’uscita (Vedi: Odissea – rigo 38). Desideravo riflettere come saltare gli abissi (anabasi, risalita)”.

    *

Anabasi di un urlo agghiacciante

klimax che flebile nasce da

imi precordi d’un labirinto plumbeo

urlo agghiacciante che invade la mente

la mente

fiume abiotico velato di bruma

urlo agghiacciante che rompe gli argini

che si aderge libero impetuoso

nell’etra priva di voci di suoni

nell’etra muta

urlo agghiacciante finalmente libero

dai limiti asfittici della materia

urlo agghiacciante sinapsi tra

imi precordi d’un labirinto plumbeo.

(Tratta da: Làbrys-Opus Hybridum de Labyrinthismo – Carta e Penna editore)

*

E prosegue Iossa: “In questo contesto ho vissuto come un cane da combattimento …

“Vivere pugnare est” “Vivere vuol dire lottare”(Seneca)

Intuendo i fini da perseguire senza smarrirmi in propositi negativi. Desideravo rinnegare quel tempo vissuto contro ogni volontà; di uscire da quelle condizioni opache di una realtà violenta”. (Esodo dal labirinto esistenziale). Carmine Iossa sembra talora oscillare in ambiti romantici. L’Odissea di Iossa è èpos, come èpos è uno dei principali postulati del Romanticismo, seppur con diverse connotazioni demologico-temporali. Iossa è insoddisfatto della realtà, che sembra rifiutare, come insoddisfatto ne è il Romantico. Iossa ci dice:

“Avvertivo il desiderio prepotente di rifugiarmi in qualche luogo sconosciuto, lontano dai clamori”

E’ il desiderio di una fuga dalla realtà, come nell’intellettuale romantico, che ideologicamente si apparta, ricusando i valori che propone la società in cui si trova, obtorto collo, immerso.

Il Romantico, che trae afflato da una forte inquietudine (e fortemente inquieto è Iossa), cerca rifugio in “ciò che non è reale”, nella Sehnsucht, ossia “desiderio del desiderio”.

Ed il Nostro continua:

“… nelle cose passate” (rifugiarmi)

Il Romantico si rifugia nel passato del Medioevo.

Ed ancora:

“le passioni e i sentimenti che legano il mio essere alla terra dove sono nato”

Le passioni e l’esaltazione dei sentimenti sono peculiarità estetiche del Romanticismo, come pure l’attaccamento alla terra natia, (nonostante l’esigenza di fughe dalla realtà) che diventerà poi detonatore dei moti risorgimentali. Come il Romantico è attratto dal mistero, così Iossa vorrebbe “sollevare la pesante pietra che copre circa venti secoli di misteriosa storia”. Veemente troviamo un ulteriore riverbero romantico quando Iossa dichiara il suo amore per il “classico-romantico” Giacomo Leopardi, quel Leopardi che, tra le diverse estetiche poetiche, predilige segnatamente quella lirica, interpretata come manifestazione tout court dell’io, della soggettività e dei sentimenti.

***

 

Inter vepres rosae nascuntur

Tra le spine nascono le rose

(Anche in mezzo alle più grandi avversità possono verificarsi fatti positivi)

Ammiano Marcellino

(Rerum gestarum libri, 16, 7, 4)

Carmine Iossa, ovvero “una rosa nata tra le spine”

***

P.S.

Non mi sono volutamente addentrare nel commento di fatti biografici, poiché già ampiamente fatto da altri critici e sarebbe stata un’inutile ripetizione. L’elaborato è portato di ricerca documentale da varie fonti, principalmente da Wikipedia)

(Mauro Montacchiesi)

 

 

 

 


 

 

 

 

All rights belong to its author. It was published on e-Stories.org by demand of Mauro Montacchiesi.
Published on e-Stories.org on 18.09.2019.

 

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